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La Borsa premia il piano salva-banche

Da ieri Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti sono in sicurezza. Ma per Intesa Sanpaolo, UniCredit e Ubi, che nel complesso (e in maniera equamente suddivisa) hanno erogato 4 miliardi di euro come anticipo per il salvataggio dei quattro istituti malati, e per le altre banche italiane «sane», è il momento di fare i conti per capire il costo reale dell’operazione.
Con una consapevolezza importante: e cioè che, qualora il Fondo di risoluzione – che è costituito dai versamenti di tutte le banche italiane – non sia in grado di rimborsare i finanziamenti ricevuti la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e il varo della bad bank, sarà la Cassa Depositi e Prestiti (e quindi lo Stato) a intervenire. La garanzia vale in particolare sulla linea di credito a breve termine da 1,65 miliardi che entro 18 mesi (ovvero giugno 2017) arriverà a scadenza. La Cdp, come si legge in un comunicato diffuso ieri da Intesa Sanpaolo, ha infatti «assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo alla data di scadenza del finanziamento».
È forse anche in ragione di questa fondamentale «rete di protezione» che ieri i titoli bancari italiani hanno registrato un andamento positivo. Intesa Sanpaolo ha guadagnato l’1,09%, UniCredit l’1,48%, Ubi l’1,95%. Ma a mostrare il segno più sono stati un po’ tutti i titoli bancari italiani, da Bpm (+2,6%) a Mps (+2,3%), fino a Bper (+2,4%) e Banco Popolare (+0,3%).
L’andamento era tutt’altro che scontato, visto che per le banche italiane sono in arrivo extra-costi. Con il decreto varato d’urgenza dal Consiglio dei ministri domenica sera, le 208 banche italiane “sane” entro dicembre verseranno alla fine al Fondo di risoluzione 2,35 miliardi di euro. Si tratta dei contributi ordinari per il 2015, a cui si aggiungono le successive tre annualità. Va detto che nel decreto – che ieri è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed è stato salutato con soddisfazione da Abi, Assopopolari e sindacati – è prevista la possibilità che il contributo annuale al Fondo nel 2016 richiesto alle banche – che si aggira tra i 500 e 600 milioni annui – possa essere «incrementato di due volte», portando così a 1,8 miliardi l’ulteriore richiesta in caso di necessità. Ovviamente si tratta solo di un’ipotesi estrema. L’auspicio del Governo e di Bankitalia è che tramite i proventi derivanti dalle cessione delle 4 banche ponte (che dovranno essere vendute al migliore offerente) non vi sia alcun bisogno di chiedere nuovi contributi finanziari alle banche “sane”.
Ma qual è il costo vero e proprio dell’operazione per i singoli istituti?Per Intesa Sanpaolo, ai 95 milioni di euro previsti per il 2015 come contributo ordinario (già spesati) si aggiungono oneri “straordinari” per circa 380 milioni di euro ante imposte, che verranno registrati nel conto economico del quarto trimestre 2015 in aggiunta ai circa 95 milioni relativi. UniCredit stima in 300 milioni l’ammontare complessivo del contributo straordinario. Nel dettaglio, nel quarto trimestre l’istituto verserà circa 210 milioni pre tasse, che si aggiungono ai 90 milioni già versati nel 2015. Ubi, da parte sua, spenderà complessivamente poco più di 91 milioni, comprensivi dei 22,8 milioni del 2015. Mps metterà sul piatto 160 milioni, di cui 60 già accantonati, mentre il resto dovrà arrivare entro fine anno. E questo solo per citare gli istituti maggiori. Tutte le banche italiane, comunque, si ritroveranno costi aggiuntivi sui bilanci del 2015 che andranno a pesare inevitabilmente sulla redditività.
Il tema si lega a doppio filo con il problema delle sofferenze del mercato bancario. Un tema, quello della bad bank, su cui «con Bruxelles non c’è nessun problema», ha ribadito il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. «Ormai siamo alla fase finale in cui si affrontano le condizioni tecniche, la definizione del meccanismo di “prezzo ombra” che permette di far partire le transazioni», ha detto il ministro che ha sottolineato che «con la Dg concorrenza della Commissione abbiamo un rapporto molto, molto costruttivo».

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