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La Borsa festeggia la tregua Usa-Cina

I “decimali”, secondo molti esperti, non sono così importanti. Potrà anche essere! Ma per i mercati una manovra di bilancio che “apre” ad un rapporto tra deficit e Pil al 2% è un primo passo in avanti. Un segnale che, da un lato, fa sperare nel rasserenamento dei rapporti tra Roma e Bruxelles; e dall’altro giustifica, almeno ieri, acquisti di asset italiani.
Così nell’ultima seduta Piazza Affari ha indossato la maglia rosa tra i listini Ue (+2,26%) mentre lo spread BTp-Bund è sceso a 283 punti base. La duplice dinamica, cui si aggiunge la crescita del settore bancario (+3,07%), a ben vedere si è concretizzata in un contesto generale di «risk on» (aumento del rischio). Uno scenario, agevolato dal rialzo del prezzo del petrolio e dalla momentanea distensione tra Washington e Pechino sui dazi, che ha aiutato i principali listini globali a crescere: dall’Hang Seng (+2,55%) a Parigi (+1%) fino a Francoforte (+1,85%) e Wall Street.
Al di là delle percentuali, suggeriscono gli esperti, bisogna però sempre distinguere tra aree geografiche oltre che tra breve e medio-lungo periodo. Sul primo fronte, ad esempio, le principali Borse europee da inizio anno sono tutte in rosso. Al contrario di Wall Street che è in crescita. Riguardo, invece, alla dimensione temporale proprio l’andamento dei titoli di Stato italiani offre uno spunto interessante. Lo yield del decennale a inizio maggio scorso, cioè poco prima delle iniziali bozze di contratto per il Governo tra Lega e M5S, era circa dell’1,7%. Attualmente, invece, viaggia intorno al 3,1%. Certo:il rendimento è recentemente calato dai suoi massimi (era il 3,6% il 18 ottobre scorso). E tuttavia la domanda di maggiore premio al rischio rispetto all’Italia è chiara.
Un’impostazione di fondo da non sottovalutare. Anche perchè al ribasso del rendimento del BTp ha corrisposto il calo di quello del Bund. Cioè: si acquista il titolo di Stato italiano, magari in un’ottica di trading, ma contestualmente si cerca la sicurezza del Bund. Perchè? La risposta è che il mercato non sa come potrà concludersi il braccio di ferro (oggi è prevista una riunione dell’Ecofin) tra Roma e Bruxelles. La stessa Goldman Sachs, in un report, sottolinea che la crisi del budget italiano è irrisolta e che nel prossimo anno potremmo addirittura “flirtare” con la recessione. Ciò detto tuttavia, da un lato, la banca d’affari considera l’impatto delle tensioni sul nostro deficit gestibili; e, dall’altro, non dimentica che tra i rischi c’è la Brexit senza l’ok del Parlamento britannico (sebbene lo scenario di base resti quello che della ratifica dell’intesa con l’Ue).
Ma non è solo questione di rischi. Altro tema fondamentale rimane quello della libera circolazione delle merci. In primis perchè i dazi rischiano d’impattare la crescita dell’economia mondiale. Questa, stimata nel 2018 in rialzo del 3,7%, secondo il 44% dei gestori globali intervistati da BofAML potrebbe rallentare. E poi perchè, più in particolare, le società “export oriented” possono vedere diminuire i loro utili. In tal senso non stupisce che ieri Francoforte, listino “imbottito” di aziende industriali esportatrici, sia stato tra i migliori del Vecchio continente. Insomma: gli investitori sperano che la tregua tra il Presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jinping possa portare ad una normalizzazione dei rapporti. Seppure molti temono, analogamente all’apparente miglioramento del dialogo tra Roma e Bruxelles, che basterà un tweet di Trump per riportarci con i piedi per terra.
Infine il petrolio. L’oro nero, si sa, ha usualmente una correlazione positiva con l’andamento dei listini. Da inizio ottobre il barile aveva iniziato una forte correzione al ribasso che, come i cani di “Pavlov”, è stata replicata dall’S&P 500. Ieri, dopo l’annuncio del taglio della produzione da parte del Canada che affianca la volontà dell’Opec di ridurre l’output, il petrolio ha rialzato la testa (il Brent è arrivato al tetto intraday di 62,59 dollari al barile). La dinamica, inevitabilmente, ha spinto verso l’alto l’azionario. Quell’azionario che, almeno fino a ieri, era “galvanizzato” anche dall’approccio più pragmatico annunciato dalla Fed la scorsa settimana. La speranza? Che l’iter di ritocchi all’insù dei tassi d’interesse non subisca accelerazioni o addirittura rallenti.

Vittorio Carlini

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