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La Borsa dà i voti alla cura anti-deficit

di Alberto Ronchetti

Pessimismo e scongiuri. Sarà molto mediterraneo e poco razionale, ma i gestori nel week-end si sono preparati così alla riapertura dei mercati finanziari italiani. Questa mattina tutti con il fiato sospeso, per vedere quale sarà la risposta dei prezzi all'approvazione della finanziaria e agli avvenimenti del fine settimana.

Gli stress test sono stati superati dagli istituti italiani e questo è positivo, anche se restano le incertezze a livello europeo. Otto banche non hanno superato l'esame e sedici sono in bilico. Inoltre la "questione greca" è ancora tutta da risolvere. Però pesano negativamente anche i ritardi nelle trattative fra democratici e repubblicani sulla sistemazione del debito Usa e la caduta, secondo l'indice dell'Università del Michigan, della fiducia dei consumatori. I prossimi mesi certamente saranno ancora di grande volatilità.

Ma torniamo a noi. L'andamento della Borsa di Milano e dei nostri titoli di Stato nelle ultime sedute, quando si dava già per scontata la rapida approvazione della legge finanziaria italiana, non depone certo a favore dell'ottimismo sulle prospettive di medio. Il timore è che anche i mercati italiani resteranno sotto la pressione speculativa internazionale.

Certo, la cura da cavallo imposta da Tremonti dovrebbe tamponare – almeno per un po' – le falle. Ma non è sufficiente per quel colpo d'ala, cioè un forte impulso alla crescita economica, che potrebbe far arretrare il nostro Paese dal precipizio.

Qui la questione si fa calda, perchè – per trovare le risorse necessarie a sostenere una politica di crescita – sarebbe necessario un prelievo straordinario. O sotto forma di addizionale eccezionale sull'Irpef da restituire ai cittadini in caso di successo nella lotta all'evasione, come hanno proposto gli economisti Perotti e Zingales sul Sole 24 Ore; o sotto forma di patrimoniale, come dicono senza falsi pudori molti gestori finanziari da noi interpellati.

È evidente che – in senso stretto – una addizionale che interviene sui flussi di quadagno è diversa da una patrimoniale che colpisce gli stock di risparmio. Ma, pur girandola come si vuole, sempre di prelievo aggiuntivo si tratta. E, di conseguenza, non sarà certo accolto con entusiamo. Ma su questo torneremo fra poco.

Adesso guardiamo all'apertura dei mercati di questa mattina. Venerdì l'indice Ftse Mib ha chiuso a 18.450 punti: basterebbe una correzione del 5% (con la volatilità corrente possono bastare una o due sedute negative) per scendere sotto 18.000, verso quei 17.440 punti – minimi della primavera 2009 – che rappresentano il vero spartiacque fra positività e negatività di lungo periodo. Il bund future, invece, venerdì scorso è sceso un po' sotto i massimi di inizio settimana, ma la manovra non basta certo ad abbassare la tensione sui mercati obbligazionari, come peraltro mostra anche l'aumento degli spread fra titoli obbligazionari italiani e tedeschi nelle ultime sedute.

«Il ribasso del Ftse Mib – osserva Alessandro Magagnoli, gestore di Financial Trend Analysis – si è portato su di un supporto chiave. Se i prezzi dovessero scendere sotto 18.000 il rischio di movimenti fino a 14.000 diverrebbe serio. A far temere la realizzazione di questo scenario il comportamento della volatilità storica che, dopo otto mesi di stabilità (condizione tipica di una fase di Borsa neutrale o positiva), da circa un mese ha iniziato a salire superando anche la sua media mobile». Dal momento che veniamo da valori di volatilità molto bassi, «c'è un ampio spazio per una sua salita e quindi per una discesa della Borsa», aggiunge il gestore. Però, se i 18.000 punti tengono e se si costruisce una base tra 18.000 e 21.000 allora, magari da ottobre-novembre, si può sperare in un rialzo esteso. Comunque, dice ancora Magagnoli, «fino a quel momento i rimbalzi sono occasione per alleggerire il portafoglio».

Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del sito gratuito www.francescocaruso.ch, pensa che «l'Italia resta strutturalmente il mercato più debole a livello europeo, anche siamo una nazione ricca, tanto che non credo a un default nei prossimi anni. Anzi, potremmo permetterci una patrimoniale che darebbe una grande spinta alla crescita».

Comunque, osserva Caruso, «una rottura ribassista dei supporti strategici a 1.250 dell'S&P 500 e 7.999-6.800 del Dax, magari accompagnata da nuovi massimi dell'oro, farebbe peggiorare decisamente lo scenario indicando la possibilità di un double dip». Per ora i consumi sono in rallentamento in Europa e (da più tempo) negli Usa, ma – conclude il gestore – «solo una immediata ripresa negherebbe il pericolo sulle Borse occidentali».

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