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La Borsa bifocale: trading a breve, accumulo a lungo

di Alberto Ronchetti

Uno sberleffo. A mezza bocca, ma deciso. Lo hanno mandato nell'ultima settimana le Borse a Standard & Poor's e alle altre agenzie di rating, dopo la raffica di downgrade e la promessa di altre bocciature nelle prossime. Probabilmente i listini avevano già scontato il taglio. Comunque quelli europei sono saliti mediamente del 4% e Wall Street del 2% nell'ultima ottava. Non male.
Ovviamente le ragioni che hanno portato S&P a bocciare l'Europa – e l'Italia in particolare – ci sono ancora tutte, da un punto di vista macro, ma la cosa interessante è che (almeno per il momento) questi giudizi sono stati presi come meritano. E cioè opinioni private di società private (anche se molto partecipate da banche e investitori americani, cosa che fa sorgere molti dubbi sulla loro neutralità). Mentre, nel frattempo, i decisori europei stanno lavorando a una soluzione, pur se condizionati dal freno tedesco. Comunque, al di là dei movimenti di breve, è indubbio che i prossimi mesi saranno volatili e travagliati per le Borse. La Grecia peserà ancora. E una sana ripresa della crescita, il vero motore della rivalutazione borsistica, è ancora molto lontana.
Ogni "iniziativa di sollievo", da parte della Bce (Ltro2) o della Fed (Qe3) resta, appunto, un'iniziativa di sollievo, che non può di per sè rilanciare fiducia e crescita. Le ultime settimane hanno visto susseguirsi i medici al capezzale dell'euro.
«Non condivido le mosse – spiega Gianluca Gabrielli, direttore degli investimenti a Soprarno Sgr – messe in atto sino a oggi dalle autorità politiche in quanto, principalmente, curano i sintomi e non le cause. Curare i sintomi è grave, perché il benessere momentaneo del paziente il più delle volte finisce per nascondere l'urgenza di rimuovere le cause. Per esempio, un ipotetico quantitative easing che avesse a oggetto i titoli di Stato italiani potrebbe far rientrare lo spread BTp-Bund, ma il nostro disavanzo commerciale e il differenziale di crescita del Pil con la Germania rimarrebbero sul tappeto».
A questo punto è ragionevole dividere l'orizzonte dell'investitore in due archi temporali: breve (a 3-6 mesi) e lungo. L'idea, largamente condivisa da case d'investimento e istituzioni internazionali, è che verso la fine del 2012 l'Europa potrebbe rivedere una discreta crescita. Nel frattempo chi vuole investire guadagnando nel breve non può certo affidarsi al "buy and hold", ma dovrebbe movimentare attivamente il proprio portafoglio. Diversificando la valuta, per difendersi nel caso (improbabile, ma non impossibile) di un tracollo della moneta unica europea.
Per gli analisti di Standard Life Investments una conseguenza delle crisi del 2011 sarà probabilmente una prosecuzione di alta volatilità, premio al rischio elevato e incertezza politica. Quindi il 2012 sarà ancora un periodo di transizione verso una "nuova normalità" dei mercati. Da qui il suggerimento di andare lunghi (in modo selettivo) piuttosto che fare trading.
«Chi è troppo scarico di azioni – osserva Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos – compri magari poco, ma compri subito. È inutile, a questo punto, aspettare le mitiche aste di febbraio e marzo, perché verranno sicuramente sottoscritte con relativo successo. Le banche sono liquide e tengono i soldi in Bce in attesa di ripagare i loro titoli in scadenza, ma qualcosa avanzerà anche per i titoli di Stato (molto meno per le imprese). Detto questo, non suggeriamo a nessuno di appesantirsi troppo di azioni. Il rialzo sarà più per l'espansione dei multipli che per la crescita dei profitti. E i multipli, si sa, quello che un giorno danno, un altro giorno si riprenderanno».
«La nostra visione – spiega Andrew Milligan, responsabile della strategia globale di Standard Life Investments – resta cauta, focalizzata sulle opportunità di investimento sostenibile. Quest'anno le imprese potranno ancora mostrare, a livello globale, un incremento dei profitti attorno al 5-6%: anche se i fatturati peggioreranno, l'azione sul controllo dei costi globali dovrebbe aiutare a mantenere i margini ai livelli attuali. I nostri portafogli restano quindi "pesanti" su obbligazioni societarie, immobili e, in modo selettivo, mercati azionari, anche se monitoriamo attentamente i rischi di recessione globale o regionale».

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