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La bolla del credito spaventa la Cina

Il peggio deve ancora venire. Tetragona, la Banca centrale cinese non si è mossa di un millimetro, non ha ceduto sulla liquidità, considerata «a livello ragionevole». Vuol stroncare le forme più eclatanti di shadow banking che nei mesi scorsi ha cercato di arginare con le buone maniere, invano. Vuol colpire chi ha speculato sulle valute straniere con denaro prelevato dal circuito “nobile” della finanza. Sarà, ma fanno paura quei 245 miliardi di dollari di swap valutari in scadenza nell’ultimo scorcio di giugno, qualcosa come ben 1.500 miliardi di renminbi; ci sono banche cinesi di medio calibro, abituate a ricorrere alle scorciatoie pur di fare credito, che hanno in pancia depositi anomali pari al 20-30% del totale.
La Banca del Popolo sembra dominata dalla volontà di spazzare via dal mercato chi ha fatto un ricorso anomalo allo shadow banking, ma anche il malcostume di lucrare sulle valute estere, una tendenza sempre diffusa. Dice un addetto ai lavori al Sole 24 Ore: «Per capire il business basta mettere a confronto l’andamento annuale di euro, dollaro e yuan: a ogni picco dello yuan ci sono prevedibili lauti guadagni». Davanti alla riluttanza della banca centrale, le borse asiatiche hanno registrato una caduta a precipizio delle borse cinesi, Shanghai ha chiuso a -5,30, Shenzhen a -6,46 e si sono tirate dietro il resto dell’Asia.
Con la perdurante stretta creditizia, il bubbone scoppierà, prima o poi. Perché la soluzione è quella di emettere nuovi prodotti oppure chiedere prestiti al sistema interbancario messo alle corde dalla stretta della Banca centrale. Come faranno a ripagare i prodotti? Non basta, non basterà ripagare: il default di queste realtà contribuirà a rendere ancora più drammatica la situazione economica.
Goldman Sachs ieri non a caso ha tagliato le stime di crescita dell’economia cinese proprio appigliandosi alla stretta del credito, che rappresenta un rischio per la seconda maggiore economia al mondo. Nel secondo trimestre l’incremento del Pil si fermerà al 7,5% e non più al 7,8%, mentre nel 2013 le attese scenderanno a un +7,4% dal +7,8 per cento. Nel 2014 la crescita sarà del 7,7% e non dell’8,4%. The party is over. La festa è finita. Anche a Pechino. «La recente stretta nel mercato interbancario ha lanciato un netto segnale, ossia che la forte crescita del credito vista all’inizio dell’anno non continuerà», ha scritto l’ufficio studi della banca in una nota alla clientela.
Il contagio si è esteso all’Europa, quando la Banca centrale cinese ha gelato le attese di interventi calmieranti, affermando che i livelli di liquidità attuali sono «adeguati», a dispetto del loro apparente prosciugarsi. Pechino teme possibili bolle, e per questo da molti giorni evita di aprire i rubinetti. Tuttavia venerdì scorso, secondo indiscrezioni, aveva effettuato manovre per far attenuare i livelli dei tassi interbancari, gli interessi che le banche richiedono per prestarsi fondi a vicenda. La scorsa settimana in Cina hanno segnato impennate del tutto anomale e allarmanti. Fino alla mezz’ora di blackout della Bank of China.
Il tutto ha riacceso i nervosismi anche sulle piazze europee, dopo che la settimana scorsa era stata caratterizzata da generalizzati ribassi a seguito degli annunci del presidente uscente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sull’orientamento a spegnere alcuni stimoli chiave all’economia tra fine anno e inizio 2014. Se è stata una pessima settimana, questa che è appena cominciata rischia di superare le (peggiori) aspettative.

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