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La bocciatura di Atene e la paura dell’inflazione ora spaventano le Borse

di Luigi Offeddu

BRUXELLES— Oggi, i 17 Paesi della zona Euro si ritrovano nel vertice straordinario dei loro capi di Stato e di governo. Devono discutere del patto di competitività proposto da Angela Merkel, delle nuove misure contro la crisi. Ma niente sarà facile. Scricchiolii minacciosi arrivano dai 4 angoli del continente, il cielo delle economie non si rasserena, anzi è sempre più cupo: le Borse slittano malamente (Milano -1,59%; Francoforte -0,96%, Londra -1,55%, Parigi -0,75%e, soprattutto, Wall Street ha chiuso sotto quota 12 mila punti in calo dell’ 1,87%) dopo l’annuncio della Banca centrale europea che conferma un possibile rialzo dei tassi per contenere le pressioni inflazionistiche legate anche al rincaro del petrolio, e definisce «poco solida» la situazione dei conti pubblici. Il direttivo della stessa Bce si dice ora «pronto a intervenire con fermezza e tempestività» , in modo che l’aumento dell’inflazione (2,4%a febbraio, già oltre i livelli di allarme) non inneschi una spirale al rialzo salari-prezzi. D’altronde, avverte l’Eurotower, la fiammata inflazionistica anche se «derivante dai bruschi rincari dei beni energetici e alimentari» , è già «ravvisabile anche nelle prime fasi del processo produttivo» . Ma il monito va anche più in là e si fa più allarmato: per la Bce, «la possibilità di una futura crisi del debito sovrano non può escludersi completamente» , e perciò «serve un meccanismo permanente per affrontare una crisi di liquidità o di insolvenza a livello sovrano» . L’appello che giunge da Francoforte, a poche ore dal vertice europeo, è per una «riforma ambiziosa del quadro di governance economica dell’area» . Questi sono i progetti a lungo termine. Ma, nell’immediato, ci sono quegli scricchiolii in giro per l’Europa, e sono tanti. Sulla stessa china delle Borse scivola l’euro, che nel suo cambio contro il dollaro ripiomba a quota 1,38. Ma soprattutto, mostrano rinnovati segni di debolezza i Paesi più fragili: il Portogallo, la Grecia e la Spagna (ieri declassata da parte di Moody’s) vedono impennarsi di nuovo gli spread, le differenze di rendimento fra i loro titoli di Stato decennali e gli omologhi Bund tedeschi. Lo spread del Portogallo è già alla soglia dell’ 8%, quasi insostenibile (la Grecia infatti non resse, allo stesso livello) per un governo che deve continuare a promettere e pagare sempre di più al fine di rastrellare soldi sui mercati: al vertice di oggi, si dà quasi per certo che i governanti di Lisbona si sentiranno chiedere da molti altri di mollare lo scudo dell’orgoglio, di accettare un piano di salvataggio europeo come quelli già accettati dall’Irlanda e dalla Grecia. Lisbona per ora resiste, ma il conto alla rovescia è già partito da tempo. Anche il premier greco Georges Papandreou si sentirà fare molte domande a Bruxelles. La sua reazione furibonda alla bocciatura operata dall'agenzia Moody's non ha trovato molti simpatizzanti nei palazzi della Ue. E tanto meno la lettera spedita ai leader Ue dal ministro greco delle Finanze, George Papaconstantinou, che chiede «un’azione urgente contro le agenzie di rating e la loro mancanza di affidabilità» . Venendo subito dopo una bruciante bocciatura sul piano internazionale, e dopo altri giudizi staffilati da Atene («la decisione di Moody’s è completamente ingiustificata, e la sua scelta di tempo è incomprensibile» ) l’appello è apparso, come dire, un tantino partigiano: e l’Europa, da quest’orecchio, non ci sente. Il fatto poi che la Grecia e anche l’Irlanda stiano già premendo per rinegoziare i tassi dei prestiti loro concessi, indispone molti dei creditori più recalcitranti, per esempio la Germania. Oggi, tutti riuniti intorno allo stesso tavolo: e non sarà una vertice facile.

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