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Per la Bis il Bitcoin moneta «inefficiente»

Fiducia. È tra le parole chiave quando si parla di monete. Anche nel caso delle «criptocurrencies». A sostenerlo è la Bank for international settlements. La Bis, dapprima, ricorda le tre “funzioni” della valuta: unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore (in realtà è anche mezzo di pagamento). Dopodiché afferma che, tra le condizioni a base di queste caratteristiche, c’è per l’appunto la fiducia. Un presupposto che nelle monete tradizionali viene aiutato e sostenuto dalla presenza di una Banca centrale indipendente. Ciò che,al contrario, nel Bitcoin sparisce. Non per questo, però, la Bis dice che il “trust” venga a mancare. Il meccanismo tecnologico del “libro mastro” (“ledger”) distribuito consente di concretizzare comunque la fiducia. Sennonché il nuovo modello non pare essere efficiente. Il sistema decentralizzato richiede ai cosiddetti miners (coloro che valutano la “correttezza” della nuova transazione) un costo molto grande. Tanto che, attualmente, l’energia usata dai “minatori” del Bitcoin è paragonabile a quella usata da un Paese come la Svizzera.
Non solo! Il consumo energetico, già di per sé rilevante, è solo una delle diseconomie della criptovaluta. Ogni operazione con il Bitcoin, dice la Bis, implica l’aggiunta di centina di bytes per ciascuna nuova transazione. Un contesto dove l’ampiezza del “libro mastro”, e il tempo necessario per verificare l’operazione, crescono sempre di più. Il che, inevitabilmente, limita il numero stesso delle operazioni. Così, ad esempio, nel 2017 un sistema tradizionale come Visa permetteva circa 3.526 transazioni al secondo mentre il Bitcoin si fermava a 3,3 operazioni. Certo: può obiettarsi che la scommessa alla base della criptovaluta è anche quella di avere un meccanismo in grado di fare a meno del controllo centralizzato. Una visione “anarchica” che va al di là del semplice confronto con altri meccanismi di pagamento. Ciò detto, tuttavia, è innegabile che molti abbiano fatto riferimento al Bitcoin quale reale sostituto delle valute tradizionali. Le inefficienze, in tal senso, diventano elementi rilevanti. Così non può dimenticarsi, oltre alla volatilità nelle quotazioni della “criptocurrency” dovuta alla presenza di un’offerta rigida, il rischio di non garantire la definizione della transazione. Può accadere, infatti, che due “miners” simultaneamente aggiornino il “libro mastro”. Visto che il sistema (giustamente) consente una sola operazione la sua definizione, sottolinea la Bis, diventa di natura probabilistica.
Insomma, solo problematiche? La Banca dei regolamenti internazionali, da un lato, afferma che le”criptocurrency” non funzionano come monete; ma, dall’altro, dice che la tecnologia alla base delle stesse, vale a dire la blockchain, è molto promettente. Potrà essere usata in molti settori. Un esempio? La gestione dei pagamenti nei programmi di sostegno alimentare ai rifugiati siriani in Giordania.

Vittorio Carlini

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