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La birra Peroni diventa giapponese

TOKYO
Quando nel 1846 la ditta Peroni fece la sua comparsa a Vigevano, nessun giapponese sapeva cosa fosse la birra: solo otto anni dopo questa bevanda fece il suo primo ingresso nell’arcipelago, portata dal Commodoro americano Perry come regalo allo Shogun. Centosettanta anni dopo la sua nascita, la più famosa birra italiana fa rotta verso il Giappone, nel frattempo diventato il settimo Paese produttore al mondo.
Asahi Group Holding – fondata nel 1949, ma con radici a Osaka fin dal 1889 – ha raggiunto l’accordo per rilevare la Peroni – assieme all’olandese Grolsch e alla birra artigianale moderna britannica Meantime – in una operazione del valore di 2,55 miliardi di euro in contanti. Lo stringato comunicato di ieri del gruppo nipponico, per la verità, non conferma il prezzo, ma rinvia all’offerta vincolante effettuata lo scorso febbraio a questo importo.
L’attuale proprietaria (dal 2003) SABMiller ha reso noto che AnheuserBusch InBev (che sta comprando il gruppo britannico) ha accettato l’offerta di Asahi, che diventerà automaticamente operativa non appena la loro maxifusione da circa 110 miliardi di dollari sarà approvata dalle autorità Antitrust. Per l’intesa destinata a creare quello che sarà di gran lunga il maggiore gruppo birrario globale (con una quota di mercato intorno al 30%) il via libera è atteso per la seconda metà di quest’anno ed è reso più probabile dalla campagna di dismissioni in corso finalizzata proprio a evitare uno stop amministrativo alla concentrazione, soprannominata “Megabrew” in alcuni circoli finanziari.
Il mese scorso, ad esempio, SABMiller si è accordata per vendere la quota del 49% nella sua joint venture cinese al partner locale CRB per 1,6 miliardi di dollari, mentre è in cessione anche la quota nella joint americana MillerCoors al partner Molson Coors per circa 12 miliardi di dollari.
Il gruppo di Tokyo, con questa operazione, espande la sua piattaforma in Europa con l’obiettivo di diventare un player globale, tanto più che le prospettive di mercato in Giappone non sono brillanti e le rivali Kirin e Suntory hanno già rafforzato i ricavi generati oltreconfine. Non sono previsti problemi per il via libera da parte di Bruxelles: altra condizione formale per la finalizzazione dell’accordo con cui Asahi effettua il suo più grande investimento all’est ero (il maggiore nel settore di una società nipponica dall’acquisizione di due anni fa dei superalcolici Beam da parte di Suntory Holdings per 13,6 miliardi di dollari). Restano esclusi dall’accordo i diritti sulla Peroni e su Grolsch negli Stati Uniti.
Il nuovo proprietario è un gruppo solido, che di recente ha potuto permettersi di emettere commercial paper offrendo agli investitori un rendimento pari a zero. Nel 2015 ha realizzato un utile operativo di 135,1 miliardi di yen (quasi 1,1 miliardi di euro) su un giro d’affari di 1.857 miliardi di yen (quasi 15 miliardi di euro, +4% sull’anno precedente), di cui 999,8 miliardi di yen nel settore delle bevande alcoliche. Il resto sono soft drinks, distribuzione (l’anno scorso, ad esempio, ha rilevato la società Enoteca, importatrice di vini), alimenti e qualche attività collaterale curiosa come ad esempio un golf club in Inghilterra. La sede europea è a Londra, con una filiale a Parigi e centri in Inghilterra, Repubblica Ceca e Russia. Il giro d’affari all’estero finora conta solo per circa 250 miliardi di yen. Ma il suo marchio Super Dry è ormai apprezzato anche nel vecchio continente, che comunque rappresenta ora una sfida inedita per il salto di quantità e qualità effettuato.
Rispetto ai mercati emergenti, l’Europa non presenta particolari attrattive sul fronte della crescita, che però compensa con le dimensioni e i prezzi relativamente alti. Per Asahi l’attrattiva è rappresentata sia dai brand sia dalla possibilità di sviluppare sinergie nella distribuzione. E Peroni entra nel piano a lungo termine (decennale) di un gruppo che intende applicare a bevande e cibi il concetto di «kando», che rimanda a un forte coinvolgimento emotivo in vari modi. Il tutto in una visione che vuole condividere il «kando» – ossia emozioni positive – con tutti gli stakeholders.

Stefano Carrer

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