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La Bers abbassa le stime di crescita dell’Est Europa

Un punto di Pil in meno per l’Estonia, mezzo punto per la Lettonia e la Bulgaria, un punto per l’estremo Est europeo e l’Asia centrale: è il prezzo imposto dalla crisi russo-ucraina già quest’anno secondo i calcoli della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), l’istituto nato proprio nel 1991 per accompagnare i Paesi dell’ex blocco sovietico nella transizione verso la democrazia di mercato. La Bers ha appena corretto le stime di crescita rilasciate solo a maggio, per prendere atto del rapido deterioramento delle prospettive.
La crisi ucraina amplifica gli effetti sulla regione della frenata dell’economia globale, fotografata una volta di più ieri dal Fondo monetario internazionale, che ha tagliato le stime di crescita globale dello 0,6% rispetto ad aprile.
Il mix di questi fattori penalizza in particolar modo i Baltici, più direttamente esposti all’impatto del confronto tra Mosca e Kiev, che per tutti si farà sentire anche nel 2015, quando la ripresa sarà meno vivace del previsto e minacciata dalle profonde incertezze legate alla situazione.
I rinnovati rischi geopolitici, avvisa la Bers, potrebbero spingere i Paesi dell’area a destinare quote crescenti del Pil al riarmo, sacrificando, almeno nel medio termine, parte del dividendo incassato con la dissoluzione dell’Unione sovietica.
A pesare è anche la stretta sul credito, con le banche internazionali che continuano a ridurre la propria esposizione sull’intera regione, colpendo in particolar modo la Lettonia, ma anche Slovenia e Croazia.
In compenso, le economie più integrate con l’area “core” dell’Eurozona, Polonia e Ungheria, hanno sofferto meno dell’impatto della crisi e anzi accelerano, almeno per ora.
Se l’Ucraina sperimenta ormai una situazione da economia di guerra, con il Pil che sprofonda del 9%, rispetto al -7% stimato a maggio, le sanzioni varate da Washington e Bruxelles, combinate con il rischio di una loro escalation, hanno già penalizzato pesantemente la fiducia delle imprese in Russia e prolungato la fuga di capitali: nei primi sei mesi dell’anno, hanno preso il volo 75 miliardi di dollari.
Entro il 2015, i maggiori gruppi economici russi dovranno far fronte a 190 miliardi di dollari di rimborsi su debito in valuta estera: con i canali internazionali del credito chiusi, finirebbero sotto pressione riserve valutarie della banca centrale (465 miliardi di dollari a settembre) e tassi d’interesse.
Alle difficoltà di natura finanziaria, avvisa la Bers, potrebbe associarsi un indebolimento della domanda interna: il deteriorato clima economico potrebbe infatti accelerare il calo degli investimenti privati (già scesi del 2,6% nei primi sette mesi del 2014 su base annua) e spingere le famiglie a ridurre la spesa per mettere da parte risparmi. Le stesse ritorsioni del Cremlino potrebbero far salire il conto dei danni: l’embargo sull’import di prodotti alimentari e agricoli, stima la Bers, potrebbe alzare il costo della vita dell’1-2%, colpendo beni che rappresentano il 60% dei consumi alimentari e il 20% di quelli complessivi. Anche il blocco minacciato sui voli intercontinentali, se costerà alle compagnie aeree europee centinaia di milioni di dollari, sarà però pagato anche da Aeroflot sotto forma di minori ricavi per 300 milioni all’anno.
Nel complesso, per il 2014 si prevede una stagnazione che scivolerà in contrazione nel 2015 (-0,2%).
Gli effetti della frenata russa si faranno sentire anche sull’Asia centrale, in particolare su Kyrgyzstan e Tajikstan, colpiti dal calo delle rimesse in arrivo da Mosca, che pesano rispettivamente per il 29 e il 49% del Pil dei due Paesi. D’altro canto, il Kazakhstan dovrebbe invece avvantaggiarsi dell’embargo sui prodotti alimentari, che costringerà la Russia a trovare altri fornitori per riempire gli scaffali dei propri negozi.
C’è poi chi dalla crisi ricava vantaggi. I fondi internazionali hanno scelto la Turchia tra le mete dove ricollocare i capitali smobilitati dalla Russia.
Questo ha permesso alla banca centrale di tagliare di 175 punti base i tassi da maggio, una misura che potrebbe contenere la frenata dell’economia. La Bers ha così rivisto al rialzo le previsioni di crescita 2014, scommettendo su un +3%.
L’intera area Bers (che comprende tutta l’Europa post-comunista e una serie di Paesi del Nord Africa e Medio Oriente) frenerà la sua crescita all’1,3%, rispetto al 2,3% del 2013.

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