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La beffa Rbs. Salvata dallo Stato, ora inguaia Cameron

«Una condotta disonesta sistematica e istituzionalizzata». La frustata di Lawrence Tomlinson alla Royal Bank of Scotland fa male. Ma, del resto, mettendo nero su bianco, in un rapporto che il governo Cameron gli ha commissionato, storie come quella capitata ai coniugi Eddie e Cheryl Warren (e a mille altri piccoli e medi imprenditori) non c’era diversa conclusione immaginabile e possibile. Molto imbarazzante perché è l’ammissione che lo Stato non sa ciò che combina lo Stato. O, per meglio chiarire, che c’è uno Stato padrone di banche (l’83 per cento di Royal Bank of Scotland è di proprietà pubblica), lo Stato banchiere, che si contrappone avidamente all’interesse generale e collettivo di promuovere un’economia sana e ben funzionante.
Paradossi
Farsa e tragedia del capitalismo britannico. Le cose stanno così. E dalla cronaca occorre partire per capire il paradosso. Eddie e Cheryl Warren qualche tempo addietro chiedono a Rbs un mutuo di 3,7 milioni di sterline che servono ad acquistare il Bold Hotel a Southport. Lo ottengono a tasso variabile e con la sottoscrizione di una assicurazione a favore di uno dei quattro colossi bancari del Regno Unito: se il tasso cade devono pagare una penalità di 120 mila sterline all’anno. Sono imprenditori solidi, marito e moglie gestiscono al meglio la situazione. Ma improvvisamente Royal Bank of Scotland dichiara che l’albergo ha perso di valore. La ragione non è riconducibile a fattori di mercato e di budget ma semplicemente alla fluttuazione degli interessi e delle multe collegate.
«Orribili racconti»
L’istituto di credito punta la pistola, metaforicamente, contro i Warren: il vostro hotel ha una quotazione che ormai non supera il milione e 800 mila sterline. Dunque, avete l’acqua alla gola. E li costringe all’insolvenza. Poi Rbs rileva il Bold hotel per 1 milione e 400 mila sterline e lo gira alla West Register, una delle sue divisioni immobiliari. Risultato (il tutto scritto nel rapporto): i signori Warren trascinati al fallimento e Rbs si mangia il boccone prelibato, il tesoro, a prezzo stracciato.
Di «orribili racconti», per usare le parole di Lawrence Tomlinson, simili a questo ne sono stati raccolti parecchi: tutti piccoli e medi imprenditori in buona salute strangolati da una banca di Stato che ha finto di aprire i rubinetti del credito per impossessarsi di un asset patrimoniale, particolarmente gradito, del debitore. E il guaio per Rbs è che il rapporto di Lawrence Tomlinson non è il solo a svelare certe pratiche. Anche sir Andrew Large, ex vice governatore della Banca d’Inghilterra, sollecitato dal nuovo boss di Royal Bank (Ross Mc Ewan) ha puntato l’indice e ha invitato i vertici dell’istituto a prendere «in seria considerazione la gravità degli allegati». Scontato che si siano alla fine accesi i fari dal Serious Fraud Office, il dipartimento che si occupa delle frodi più gravi.
Svolte
Lo Stato banchiere è sul banco degli imputati. Scandalo chiama scandalo. Chi l’avrebbe mai pensato? Appena cinque anni fa il governo di Sua Maestà «comprò» l’83 per cento di Royal Bank of Scotland (all’epoca guidata da Fred the Shred , Fred Goodwin il «tagliatore» di posti altrui, l’uomo che determinò la crisi) e il 41 per cento di Lloyds per 66 miliardi di sterline, evitandone il collasso. Nazionalizzazione inevitabile a tutela dei correntisti, dei lavoratori, delle famiglie.
Il peggio, si pensava, è alle spalle. Ma non è la verità o lo è parzialmente. Le manipolazioni del tasso Libor, dei cambi valutari, delle carte di credito, dei derivati, ora delle piccole e medie imprese di solida struttura gettate nel gorgo dell’insolvenza. Anelli di un’unica catena.
Illegalità
Una gestione ai limiti e, in taluni casi, oltre la legalità. L’elenco, dal 2008 a oggi, è lungo: inchieste su inchieste che chiamano in causa gli istituti di credito, i giganti salvati dallo Stato. Multe comminate, nei casi di irregolarità accertate, e versate nell’ordine di centinaia di milioni di sterline per chiudere i contenziosi e non compromettere l’immagine di un sistema (le banche) che, parafrasando la voce del Financial Times , resta un punto di debolezza e non di forza dell’economia.
Morale: lo Stato banchiere che beffa lo Stato e lo Stato banchiere che è costretto a risarcire lo Stato. A pagare sono sempre gli stessi: risparmiatori e imprese. Non una ma due o tre o quattro volte. Prima con la nazionalizzazione. Dopo con le truffe, i risarcimenti, il depotenziamento borsistico. «Riprivatizziamo» rilancia il cancelliere dello scacchiere, George Osborne. Già, interessante idea. Sulla carta giusta e in parte già avviata (con il 6 per cento di Lloyds). Ma ciò che nel 2008 fu è acquisito per 66 miliardi, successivamente scaricati sui conti pubblici, sul deficit e sul debito, capitalizza oggi in Borsa la metà, 33 miliardi. Una farsa. E una tragedia, appunto.

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