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La beffa delle tasse versate allo Stato: conto di 230 milioni

L’obiettivo, sacrosanto, è combattere l’evasione fiscale. Il risultato rischia di essere meno sacro e meno santo: solo un altro guaio per le imprese che tirano avanti giorno dopo giorno sperando che la ripresa si materializzi per davvero. Il cosiddetto split payment è stato introdotto a dicembre scorso con l’ultima legge di Stabilità. Funziona così: quando un ufficio pubblico compra una scrivania, un computer o qualsiasi altra cosa, paga all’azienda solo il prezzo netto. L’Iva, invece, la versa direttamente allo Stato. Di fatto quei soldi non si spostano, evitando che tra un passaggio e l’altro finiscano per far perdere le loro tracce. E nella convinzione, largamente condivisa, che quella sull’Iva sia la madre di tutte le evasioni. Il punto è che quell’azienda che ha venduto la scrivania o il computer all’ufficio pubblico incassa un po’ meno del previsto. E si deve accontentare di un credito Iva, che però gli sarà rimborsato solo dopo qualche mese. Il risultato? Nelle intenzioni del governo lo split payment (pagamento diviso) dovrebbe far recuperare un’evasione di quasi un miliardo di euro l’anno. Secondo l’analisi dell’ufficio studi di Confartigianato, però, ogni 4 euro di Iva recuperata si carica un euro di maggiori costi sulle imprese fornitrici della pubblica amministrazione. Come è possibile?
Secondo lo studio, il meccanismo comporta maggiori costi per le imprese pari a 230 milioni di euro l’anno. Una zavorra terribile sulla ripresa che si compone di tre voci. La prima, la più grande, sono i 155 milioni di maggiori oneri finanziari connessi al credito che si genera in capo alle imprese e che sarà rimborsato dall’Agenzia delle entrate sei mesi dopo la richiesta. Poi ci sono i 55 milioni legati alla mancata liquidità nel periodo che va dal precedente incasso dell’Iva al suo versamento. E infine altri 21 milioni di euro, come peso della burocrazia per le pratiche di rimborso. «Il fine – dice il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli – non giustifica i mezzi: per colpire l’evasione fiscale si fa cassa a spese degli imprenditori onesti. Senza contare che il meccanismo è inutile a fronte dell’obbligo di fatturazione elettronica che garantisce la tracciabilità delle operazioni tra le imprese e la pubblica amministrazione».
Considerando che le aziende interessate da questo meccanismo sono poco meno di 200 mila, il maggior costo è stimato in 1.224 euro l’anno per ogni impresa. Una tassa nascosta per chi adesso fatica a trovare credito presso le banche: a novembre i prestiti alle imprese hanno fatto segnare un meno 2,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Quasi un colpo di grazia per chi non sente nelle vele il vento della ripresa: dicono le previsioni che tra questo e il prossimo anno l’Italia crescerà dello 0,9%, il ritmo più basso di tutta l’area Euro. Qualcosa sembrava potersi muovere. Dieci giorni fa una circolare dell’Agenzia delle entrate ha dato i primi chiarimenti sulla questione, cancellando le sanzioni per chi, in buona fede, aveva fatto piccoli errori in queste prime settimane di applicazione delle nuove regole. Ma nulla è cambiato per le aziende a credito Iva e per i tempi di rimborso. La tassa nascosta non si può nemmeno evadere.

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