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La beffa dei vincoli: meno utili e prestiti in bonis più costosi

C’è un doppio rischio, nelle pieghe del calendar provisioning, ovvero il provvedimento che impone alle banche svalutazioni graduali ma costanti dei nuovi crediti deteriorati. Un doppio rischio che forse neppure i legislatori avevano messo in conto. Ma che ora, complici le lungaggini delle procedure di recupero tipiche del sistema italiano e gli effetti nefasti del Covid sull’intero processo, rischia di esplodere in maniera significativa.

La minaccia più evidente è che all’aumento (inevitabile) delle coperture sui deteriorati delle aziende in difficoltà si accompagni un innalzamento del costo degli impieghi per le aziende invece sane: aziende che nulla avrebbero a che spartire con i meccanismi prudenziali Bce, ma che – loro malgrado – dovrebbero sopportare maggiori oneri per compensare l’aumento del costo del capitale usato dalle banche per fare extra accantonamenti. Questo da un lato. Perché dall’altro, con coperture più alte, le banche dovranno ridurre la redditività, con danno per gli azionisti.

Tutto nasce da un problema noto: le tempistiche di copertura minima previste dal calendar provisioning sono disallineate rispetto a quelle dei recuperi, in particolare in Italia. Per intenderci: a fronte di una svalutazione di un credito non garantito che deve essere portata al 100% nel giro di tre anni, le banche possono contare di recuperarlo in media nel giro di 5 anni. Da qua, due strade: o le banche scelgono di cedere subito il credito (accusando però maxi-perdite) oppure svalutano e poi attendono il recupero, lasciando però “parcheggiato” capitale in maniera infruttifera, o meglio costosa. In entrambi i casi la banca è costretta a svalutazioni «più rapide e consistenti rispetto a quanto giustificato dall’esperienza di recupero, introducendo un aggravio, in termini di maggiori costi e di riduzione della leva» destinato a generare «un annacquamento dei rendimenti per gli azionisti, un innalzamento del costo del credito per le imprese, o una combinazione delle due cose», spiega Andrea Resti, docente di Economia alla Bocconi che insieme a Crif ha elaborato un position paper sul tema che verrà presentato ai risk manager italiani raccolti nell’Aifirm.

Quando decidono il tasso degli impieghi, gli istituti in teoria dovrebbero incorporare anche il cosiddetto costo del capitale assorbito, ovvero il costo delle risorse necessarie alla copertura della perdita inattesa, voce nella quale rientra il calendar provisioning. Sia chiaro: le banche potrebbero anche decidere di non scaricare il maggior onere sui clienti per scelte commerciali. Ma alla lunga, se il credito entrasse in default, il costo emergerebbe, e la banca dovrebbe coprire la differenza con capitale di qualità (Cet1), sopportandone il relativo costo.

Se invece gli istituti decidessero di computare da subito l’extra costo, allora tutto si riverserebbe sull’azienda debitrice. Secondo le stime, su un prestito tipo di 100mila euro a una Pmi con rischio basso, l’incremento atteso del tasso medio applicato sarebbe di 18 punti base.

Questo rincaro rappresenta però solo l’effetto diretto della nuova normativa. Perché potrebbe essercene anche uno indiretto. «Una delle possibili conseguenze è che i processi di recupero a venire potrebbero essere “accelerati” tramite cessioni di Npl sul mercato a prezzi scontati» spiega Resti. La mossa potrebbe risultare gradita alla Vigilanza ma avrebbe un effetto negativo peggiore: un incremento del costo del credito di 30 punti, quasi il doppio rispetto ai 18 punti base necessari per un recupero “paziente.

Senza un repricing del credito, il costo inevitabilmente si ribalterebbe sugli azionisti, tanto che la remunerazione del capitale sarebbe inferiore di circa il 36% rispetto alle aspettative degli azionisti. «È la logica di “pochi, maledetti e subito”, che però rischia di punire gli investitori come famiglie, detentrici dei fondi comuni, i fondi pensioni o le Fondazioni, con inevitabili riflessi negativi sul territorio», spiega il docente.

Una soluzione, in verità, ci sarebbe. E passerebbe da «una moratoria dei tempi di applicazione del calendar provisioning, quanto meno per i ritardi generati dal Covid-19». L’ipotesi, va detto, è più di scuola, vista la resistenza in particolare dei Paesi del Nord Europa a ipotizzare possibili correzioni alla normativa. Il rischio d’altra parte è che senza correzioni, siano «penalizzati il sistema bancario e i suoi clienti, alimentando il ruolo dello shadow banking system nei processi di gestione dei crediti deteriorati e di rifinanziamento delle crisi aziendali».

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