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«La Bce vigili sulle banche, così si salvano euro e risparmi»

Domenico Siniscalco vive l’interminabile tempesta dell’euro in una posizione che lo aiuta a capirla meglio di molti altri. Da ex direttore del Tesoro e ministro dell’Economia, conosce perfettamente le dinamiche europee. Come presidente di Assogestioni, segue da vicino quelle del risparmio degli italiani, vede che quello finanziario vale quattro volte il reddito disponibile e che i depositi sono persino saliti nell’ultimo anno. Come vicepresidente di Morgan Stanley, percepisce però quanto siano in tensione i mercati sul futuro dell’euro e sulle aste dei titoli di Stato di Roma.
Come spiega le fibrillazioni, dei mercati e non solo, di questi giorni?
«In questo momento gli operatori stanno prezzando un fallimento del vertice europeo di questa settimana. Si comportano come se anticipassero che non sarà raggiunto un accordo soddisfacente. Ma i politici e gli addetti ai lavori sanno che il costo di un mancato accordo sarebbe di gran lunga superiore al prezzo di un accordo. Questo vale anche per la Germania».
Dunque lei pensa possa prevalere la ragionevolezza?
«Non ne sono sicuro. Da quello che vedo, però, sta prendendo forma il profilo di una soluzione. Mi sembra che la Germania stia chiedendo, con un certo successo, di ottenere una forma di controllo preventivo sui bilanci dei Paesi con deficit o debito eccessivi. Ma anche i Paesi meno virtuosi sembrano poter ottenere delle contropartite nell’interesse della stabilità».
Cosa pensa che chiederanno?
«Una modifica dell’approccio di fondo alla crisi, che fino ad oggi ha diviso l’Europa dal resto del mondo. Su scala globale, dopo la crisi del 2008 è ormai accettato che parte dello sforzo di sostegno della crescita e di correzione degli squilibri spetti ai Paesi in surplus. Non solo e non tanto ai Paesi con un deficit negli scambi con l’estero».
E in Europa non è così?
«In Europa, dopo molto tempo, sta passando l’idea che parte dello sforzo di rilancio della crescita e riequilibrio dei deficit commerciali tocchi anche alla Germania, il Paese creditore per eccellenza».
Vede altro spazio per un possibile compromesso?
«Non credo che ci siano margini sugli eurobond. Ai tedeschi non piace quello che chiamano il socialismo dei tassi d’interesse. Invece sono a portata di mano progressi sui project bond, emissioni europee per progetti d’investimento specifici. E si va avanti verso quella che viene chiamata l’unione bancaria. Anche su questo fronte c’è qualcosa che altri governi possono chiedere alla Germania».
Può spiegarne le conseguenze concrete?
«Sono quelle sotto gli occhi di tutti, molto profonde: si parla di un trasferimento dei poteri di vigilanza alla Banca centrale europea, di garanzie comuni sui depositi e una capacità d’intervento comune di gestire i grandi fallimenti bancari. Quanto alla Bce, vedo lenti progressi verso l’idea che un giorno possa diventare prestatore di ultima istanza dei governi o di un’entità europea che aiuta il finanziamento dei Paesi. Non c’è grande moneta al mondo senza prestatore di ultima istanza».
Insomma un compromesso al vertice europeo di questa settimana sta emergendo?
«Non facciamoci illusioni, non c’è una ricetta miracolosa. Ma spero che i leader saranno fondamentalisti in senso economico, andranno alla radice del problema. La promessa dell’euro era che si sarebbe andati verso un’unione politica e ci sarebbe stata una convergenza nelle politiche economiche. Invece l’unione politica non si è avuta e c’è stata divergenza sul debito, sulle banche, sulla produttività. Questi sono i problemi da risolvere adesso».
Che ruolo vede per la Bce di Mario Draghi in questa situazione?
«Se al vertice europeo emerge il profilo di un accordo sulle questioni davvero importanti, la Bce può stabilizzare il paziente dando ossigeno nell’ambulanza. È un ruolo fondamentale, non credo che in questa fase si possa chiedere di più».
L’ex premier Silvio Berlusconi suggerisce che l’Italia esca dall’euro o lo faccia la Germania. Che ne pensa?
«Ci sono due aspetti da considerare. Il primo è che si è visto in questi anni come l’andamento del Pil e della produzione sia correlato alle crisi finanziarie. L’impatto negativo della rottura dell’euro sulla crescita e l’occupazione sarebbe devastante. L’altro aspetto è che le famiglie in Italia sono grandi creditrici, la loro ricchezza totale e anche quella finanziaria è un multiplo del Pil. Un’uscita dall’euro distruggerebbe i loro risparmi. È l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno».
Come valuta l’operato del governo Monti in questa fase?
«Tutti dovremmo ringraziare Mario Monti per il grande lavoro che sta facendo. Ora mi aspetto che continui sul cammino delle riforme che ha seguito fino a questo momento».
Quali indicherebbe come prioritarie?
«I tagli di spesa pubblica sono un obiettivo importante per non morire di tasse. E privatizzare è un dovere. Non capisco l’interesse strategico di tenere certe attività sotto il controllo pubblico, tranne che in pochissimi casi. Le centrali elettriche per esempio non lasciano un Paese, anche se una quota di una società elettrica dovesse passare di mano. Ma la lezione più generale è un’altra».
Vuole dire la lezione politica?
«Sì. Abbiamo capito in questi mesi che Monti è più popolare e più apprezzato dai cittadini quando il suo governo interviene con decisione e in modo incisivo. Invece lo è meno quando media fra mille interessi particolari. È una constatazione che il premier avrà fatto da tempo. Spero possa tenerne conto».

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