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La Bce vede più nero, si avvicina il Qe

L’attesa che la Banca centrale europea possa lanciare, se non oggi, quanto meno all’inizio del 2015, altre misure di stimolo, compreso l’acquisto di titoli pubblici, ha spinto ieri l’euro ai minimi dall’agosto 2012, appena sopra quota 1,23 dollari. A questo si sono aggiunte le dichiarazioni di diversi esponenti della Federal Reserve sulle buone prospettive dell’economia americana, che potrebbero far anticipare il rialzo dei tassi d’interesse Usa.
Quel che è certo è che la Bce taglierà oggi le sue previsioni di inflazione e di crescita per i prossimi due anni, ma con ogni probabilità il consiglio (riunito per la prima volta nella nuova avveniristica sede nell’Ostend di Francoforte) deciderà di non adottare nessuna nuova misura, dopo quelle introdotte negli ultimi due mesi. I mercati si aspettano tuttavia dal presidente Mario Draghi la riaffermazione dell’intenzione ad agire con sollecitudine.
Le prospettive dell’economia europea sono peggiorate dalle ultime previsioni avanzate dallo staff nel mese di settembre, quando gli economisti dell’Eurotower ritenevano che la crescita, stagnante negli ultimi due trimestri e, secondo le indicazioni provenienti ieri dall’indice Pmi di novembre, debole anche in questo, avrebbe toccato lo 0,9% nel 2014, l’1,6% nel 2015 e l’1,9% nel 2016. L’inflazione, allo 0,3% nel mese di novembre, rende improbabile un percorso dallo 0,6% di quest’anno all’1,1 e all’1,4 nei prossimi due, come previsto tre mesi fa. Dall’ultima riunione di consiglio, all’inizio di dicembre, ha poi scombussolato il quadro macroeconomico il crollo del prezzo del petrolio (anche se il ribasso degli ultimi giorni, per ragioni di tempo, non potrà essere incorporato nei calcoli). Un fenomeno che può portare l’inflazione rapidamente a zero e forse sotto zero nei primi mesi del 2015. Ma che avrà anche l’effetto di aumentare il reddito disponibile delle famiglie e ridurre i costi delle imprese, sostenendo quindi la crescita.
Draghi ha mostrato recentemente una certa impazienza con l’evoluzione dell’inflazione, affermando che va fatta risalire “senza indugio” verso l’obiettivo di stare sotto, ma vicino al 2%. Il suo vice, Vitor Constancio, ha precisato che nel primo trimestre dell’anno prossimo la Bce valuterà l’impatto delle misure prese finora per espandere il bilancio della banca per circa mille miliardi di euro, cioè gli acquisti, finora pari a 18 miliardi di euro, di obbligazioni bancarie garantite e Abs (questi ultimi appena partiti e che dovrebbero stimolare un boom di emissioni), e i finanziamenti alle banche (Tltro) per impieghi all’economia reale. I risultati della prossima Tltro sono attesi per l’11 dicembre e alla Bce sono fiduciosi che la domanda sarà maggiore di quella di settembre, quando le banche chiesero solo 82 miliardi di euro. Le parole di Constancio hanno orientato le aspettative dei mercati, che vedono la Bce ferma domani, per agire poi a gennaio o nella riunione successiva, a marzo. Qualcuno, come Jakob Kirkegaard, del Peterson Institute, ritiene che aspetterà fino a giugno e qualcun altro che Draghi cercherà di evitare l’alto costo politico, soprattutto in Germania, di acquistare titoli pubblici sul modello del Quantitative easing (Qe) adottato altrove, fidando nella ripresa che potrebbe essere avviata appunto dal ribasso dell’euro. Si tratta però di opinioni di minoranza. A questo punto, molti elementi spingono per l’adozione del Qe e nessuno più della flessione dell’inflazione, oggetto esclusivo del mandato della banca centrale. È questa la conclusione cui sono arrivate molte delle grandi case d’investimento.
Certamente, nella discussione iniziata ieri sera e che continuerà nelle prossime settimane, Draghi ha bisogno di tempo per costruire un consenso che al momento non c’è. Quella del Qe è una decisione troppo controversa per essere presa con una maggioranza risicata. I suoi oppositori, primo fra tutti il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, sollevano dubbi sia sulla legalità degli acquisti di debito pubblico, sia sulla loro efficacia, ora che i tassi sono già a zero e i rendimenti dei titoli di Stato di Paesi come Italia e Spagna sono ai minimi storici.
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