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La Bce valuta un’iniezione di liquidità

Gli ultimi dati publicati ieri sull’economia europea, che continua la sua timida ripresa, rendono meno probabile che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e i suoi colleghi del consiglio della Bce si sentano costretti oggi a mettere in pratica il motto che ripetono da mesi, di esser «pronti ad agire» con interventi decisi di stimolo, compreso un taglio dei tassi d’interesse. Di maggior attualità invece qualche misura non convenzionale, come lo stop alla sterilizzazione dei titoli dei Paesi in crisi acquistati in passato.
Il rafforzamento dell’indice Pmi sull’attività del settore privato a febbraio, il rimbalzo delle vendite al dettaglio a gennaio, seppure dopo una caduta analoga a dicembre, la conferma della crescita dello 0,3% nel quarto trimestre dello scorso anno, vanno tutti nell’identica direzione. Il numero più significativo per la decisione della Bce non riguarda però la congiuntura attuale, ma è proiettato da qui a due anni: lo staff dell’Eurotower pubblicherà infatti oggi per la prima volta, la sua previsione sull’inflazione dell’eurozona nel 2016, insieme alla revisione di quelle per il 2014 e il 2015, che potrebbero essere ritoccate al ribasso. Coerente con il suo mandato, di tenere l’inflazione al di sotto, ma vicina al 2%, ma nell’ottica di medio periodo, il consiglio della Bce potrebbe accogliere una previsione, che dovesse aggirarsi attorno all’1,6-1,7%, come ritiene la maggior parte degli osservatori di mercato, come un’indicazione che ci si muoverà progressivamente verso l’obiettivo. Resta da vedere se i banchieri centrali riterranno che il ritmo di questa normalizzazione sia sufficientemente rapido e se non ci sia il pericolo di restare impantanati in un periodo prolungato di bassa inflazione (ora allo 0,8%), che, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, rappresenta di per sé un rischio. Basterebbe uno shock negativo per precipitare l’eurozona in uno scenario di deflazione, prospettiva cui gli economisti della banca d’investimento Morgan Stanley attribuiscono una probabilità del 35%. È un quadro che la Bce non sottovaluta, ma non è detto sia sufficiente ad abbassare i tassi d’interesse: alla vigilia, l’opinione prevalente sui mercati è che questo non avverrà. Anche perché provocherebbe quasi inevitabilmente una caduta in territorio negativo del tasso del tasso sui depositi che le banche detengono presso la Bce stessa, soluzione che all’Eurotower viene vista con disagio.
La Bce potrebbe invece decidere di non riassorbire la liquidità creata con l’acquisto di debito, in base al programma Smp, di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna nel 2010 e nel 2011, finora “sterilizzata” settimanalmente. Si tratta di 175 miliardi di euro, la cui immissione permanente nel sistema (oggi la liquidità in eccesso è attorno ai 125 miliardi) avrebbe un duplice effetto: abbassare i tassi a breve, riducendone la volatilità e rafforzare la “forward guidance”, le indicazioni prospettiche della Bce che i tassi resteranno molto bassi ancora a lungo. Non è detto però che la maggior liquidità a disposizione delle banche si tramuti in un credito all’economia reale. La più seria controindicazione allo stop alla sterilizzazione era finora il timore di una levata di scudi tedesca: di fatto, trasformerebbe quello che è sempre stato presentato come un programma per facilitare la trasmissione della politica monetaria, in un vera e propria “creazione di moneta”. La recente presa di posizione della Bundesbank, che non ha nulla da obiettare, dovrebbe attutire il colpo, anche se non mancheranno le critiche dall’ala più ortodossa degli economisti tedeschi.
Restano inoltre sul tavolo del consiglio altre due opzioni, entrambe mirate a far ripartire il credito: il lancio di una nuova immissione di liquidità a lungo termine (Ltro), probabilmente condizionata alla concessione di prestiti, in particolare alle piccole e medie imprese, e il tentativo, più volte citato da Draghi nell’ultimo anno, di rilanciare il mercato delle cartolarizzazioni (Abs), in modo da alleggerire i bilanci delle banche e lasciar loro mano più liberare per aumentare gli impieghi.

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