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La Bce: sul balzo dello spread non pesò solo l’economia Quei retroscena sul 2012

Un tavolo da picnic di legno, in uno chalet di Los Cabos, Messico, pochi giorni prima di un vertice internazionale, pochi giorni dopo le elezioni greche. E una mano, la mano di Barak Obama, che porge un foglietto all’attonita Angela Merkel: «Che cos’è questo?». «Sono alcuni punti che abbiamo messo giù insieme con altri 7 amici leader», sussurra il presidente americano. Lei legge, «sempre più livida», come dirà un testimone: «Un piano preparato per parare l’onda del contagio finanziario nella Ue e soprattutto in Italia». Il piano ha un ispiratore principale: Mario Monti. Prevede che la Banca centrale europea cominci ad acquistare titoli di Stato dei Paesi più fragili, esattamente quanto Merkel ha sempre osteggiato: ma ora Obama, indicando Monti che le siede proprio accanto, le dice: «Devi lavorare con lui». 
È nato così, il primo «pronto soccorso» internazionale per salvare Italia e Spagna fra tutte, da un progetto di Monti subito sostenuto da Obama e poi da Mario Draghi della Bce, chiamato in aiuto dagli altri. Lo rivela il Financial Times , in una nuova puntata di un’inchiesta sull’Ue condotta attraverso centinaia di interviste. L’obiettivo di quel «pronto soccorso» era: proteggere le nazioni dell’eurozona, messe sotto attacco dai mercati internazionali, attivando un «muro di fuoco» della Bce. La Merkel, all’inizio diffidentissima, poi si affiancò a Draghi. L’inchiesta del FT torna indietro negli anni e delinea altre prospettive inizialmente seminascoste. Per esempio: non solo i fattori economici, ma anche quelli politici, nel 2011 fecero balzare alle stelle lo spread, cioè il differenziale di rendimento fra i titoli di Stato italiani decennali e i Bund, i loro omologhi tedeschi. Lo rivela il bollettino mensile della stessa Bce, che spiega: «Tra il settembre 2008 e il maggio 2011, l’avversione al rischio degli investitori, i rischi di credito specifico ai singoli Paesi percepiti dai mercati, i rischi di liquidità e gli effetti di contagio hanno tutti avuto un ruolo fondamentale nell’ascesa dei differenziali di rendimento di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna». Più delle cifre, dunque, contò la paura del contagio e la sfiducia nei singoli governi: anche queste furono le ali che portarono al cielo lo spread italiano.
Lo stesso accadde per la Grecia, fonte prima del contagio. Nel giugno 2012, attendeva le elezioni mentre 3,5 miliardi di euro venivano ritirati dai conti correnti delle sue banche. All’orizzonte c’era la «Grexit», la possibile uscita dall’euro. E lo tsunami finanziario che avrebbe potuto investire il continente se Atene avesse dovuto «uscire». Ma un’altra formula, rivela il FT , era già pronta come paracadute: «Piano Z», elaborato da una ventina di dirigenti della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale, della Bce, divisi in piccole squadre, un piano così segreto da non poter neppure essere messo sulla carta. Il progetto doveva servire a ricostruire l’economia della Grecia se quest’ultima fosse stata costretta a lasciare il pianeta euro: un’opzione per cui tifavano il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, l’Olanda, la Finlandia, i Paesi rigoristi. Il «Piano Z» doveva servire anche a convincere questi stessi «catastrofisti» che il danno di «Grexit» sarebbe stato ancora maggiore. Dal gennaio 2012, al progetto avrebbero lavorato lo stesso Draghi, Jean-Claude Juncker (Eurogruppo), Olli Rehn (commissario Ue all’economia), Marco Buti (direttore generale della Commissione per gli affari economici) e pochi altri. Alla fine, le elezioni di Atene furono vinte dai moderati, la Grecia restò nell’euro, non ci fu bisogno di paracaduti.
A leggere ora il Financial Times , con le accuse lanciate nelle ultime ore da Forza Italia, può venire il dubbio: qualcosa del genere accadde anche nel novembre 2011, quando secondo il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner, Germania e Francia con altri governi avrebbero preparato piani di emergenza per l’uscita dall’Italia dall’euro e avrebbero chiesto agli Usa e all’Fmi di «facilitare» quell’uscita? La risposta, se c’è, è chiusa nelle cassaforti politiche di Bruxelles.

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