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La Bce prova la terapia d’urto contro Brexit, caso Italia e dazi

Vive una costante revisione verso il basso il dato sulla crescita della zona euro. A febbraio la Commissione europea aveva tagliato le previsioni sul Pil 2019 di sei decimali, portandola all’1,3%. Un mese dopo è la Bce a rivedere ancora quella stima.
Ovviamente al ribasso: per Francoforte quest’anno i Diciannove viaggeranno a un ritmo solo dell’1,1% in più rispetto al 2018. Un lento movimento causato da fattori interni ed esterni. Con cause facili da individuare, ma non per questo meno pericolose. Brexit e Italia sono i pericoli dentro l’Unione. La guerra commerciale scatenata da Donald Trump invece l’incognita a livello globale. Con Draghi che ammonisce: si potrebbe registrare un ulteriore rallentamento della crescita dell’eurozona.
Sono le incertezze, dunque, a pesare. Prendiamo la Brexit: a tre settimane dalla data del grande divorzio, fissato per il 29 marzo, non c’è ancora un accordo tra Londra e le capitali europee che garantisca un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione. È lo spettro del “no deal” a pesare, un addio senza intesa da imputare alle scelte di Theresa May che avrebbe pesanti ripercussioni sull’economia europea (e ancora maggiori su quella inglese). E certo l’eventuale rinvio della Brexit per quanto meglio del “no deal”, non sarebbe capace di spazzare le incertezze che rallentano l’economia del continente.
C’è poi il caso Italia, ormai identificato da tutti gli organismi internazionali. Lo stesso Draghi ierici ha citati tra i «fattori di rischio» europeo. Anche la Commissione, la scorsa settimana, aveva definito un pericolo per l’intera zona euro il mix tra le cattive politiche del governo gialloverde, le sparate dei vicepremier capaci di allontanare gli investitori e l’enorme debito che grazie alle decisioni di Salvini e Di Maio è destinato a salire ancora, sfondando il 132%. Insomma, l’Italia nazional-populista è un bubbone capace di contagiare gli altri Paesi della moneta unica. E ora pesa anche la volontà italiana di rompere il fronte europeo (indebolendolo) nei negoziati con la Cina grazie alla decisione di aderire, unico caso nel Continente, alla Nuova via della seta di Xi Jinping.
Sul fronte interno infine pesa il rallentamento della locomotiva tedesca dovuto alle difficoltà del suo settore simbolo: quello delle auto. A fine 2018 ha iniziato a zoppicare per le difficoltà a rispettare i nuovi standard sull’inquinamento entrati in vigore dopo il Dieselgate. Se a questo si aggiungono le enormi incertezze aperte dalla minaccia di Trump di dazi Usa alle quattroruote europee, il calo dell’export e il rallentamento dei consumi interni alla locomotiva tedesca, si capisce che anche Berlino non trascina più l’economia europea.
Sul fronte internazionale, invece, maggior fonte di rischio resta lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina che insieme ai cattivi dati dell’industria manifatturiera globale porta a un rallentamento degli scambi commerciali planetari, e quindi dell’export.
Fatto che colpisce in modo particolare l’eurozona. Giocano contro la nostra vocazione alle esportazioni anche la minor crescita della Cina e il rallentamento dell’attività economica in Giappone.
Debolezze dell’economia globale non del tutto compensate dalle buone performance di India e di alcune economie asiatiche.
Se la situazione comunque non spinge ancora Bruxelles e Francoforte a parlare di recessione in Europa, e anzi continuano a vedere una moderata crescita anche per il 2020, non si può dormire sonni tranquilli. Ecco perché nelle ultime settimane l’Europa torna insistere perché l’Italia metta mano alle riforme per rinforzarsi e critica reddito di cittadinanza e quota 100, ritenuti incapaci di rilanciare la crescita. Del resto Roma resta saldamento fanalino di coda dell’eurozona, con l’ultima stima Ue che ci proietta allo 0,2% nel 2019 (dato che potrebbe anche peggiorare). È per questa ragione che Bruxelles continua a chiedere al governo di tagliare deficit e debito, per prepararci a eventuali rovesci che con gli attuali conti pubblici ci troverebbero del tutto impreparati. Ma siamo in un anno elettorale, il 26 maggio si vota per le europee, quanto mai cruciali per il futuro del Continente, e la Commissione di Jean-Claude Juncker non può alzare troppo la voce per timore di rinforzare ulteriormente i populisti e venire travolta da una tempesta di sovranismo che come unico risultato avrebbe di indebolire le singole nazioni.

Alberto D’Argenio

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