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La Bce prepara l’annuncio: fine degli acquisti Qe vicina

La fine del programma degli acquisti netti di attività finanziarie è un’opzione concreta sul tavolo della Bce, per la prima volta dal marzo 2015, quando scattò il Qe come arma di difesa contro la deflazione. È arrivato il momento del tapering. «È chiaro che il Consiglio direttivo della prossima settimana dovrà fare una valutazione, valutare se il progresso realizzato fin qui sia sufficiente a consentire un graduale riassorbimento dei nostri acquisti di titoli». A parlare e indicare la grande svolta è stato ieri il consigliere capoeconomista membro del comitato esecutivo della Bce Peter Praet, in occasione di un convegno a Berlino. Ma i mercati hanno sentito ieri la voce del presidente Mario Draghi, un segnale forte che attendevano da tempo pronunciato da chi è molto vicino alle posizioni del presidente. La Bce ha deciso che i tempi sono infine maturi per iniziare a valutare il tapering, cioè la graduale riduzione del programma di acquisti netti attivo ora a un ritmo di 30 miliardi al mese almeno fino al prossimo 30 settembre e che ha aumentato il bilancio della Banca di 2.500 miliardi. Già Sabine Lautenschläger, membro del Comitato esecutivo e considerata tra i falchi della Banca, nei giorni scorsi aveva dato un’indicazione in tal senso.
Di questo, di tapering dunque, si discuterà alla riunione dei vertici della Banca la settimana prossima a Riga: finora un argomento rimasto nei corridoi, fuori dalle riunioni del consiglio. I tempi però oramai sono stretti. Se la Bce non dovesse annunciare nulla giovedì prossimo sulle modalità per mettere fine gradualmente al Qe, l’appuntamento successivo con riunione e conferenza stampa sarebbe il 26 luglio: una data troppo vicina ad agosto, mese già di suo surriscaldato nelle trading rooms, con scarsa liquidità e prezzi volatili. Siamo al grande giro di boa della Bce: la fine del Qe è un passo decisivo verso la normalizzazione e verso il primo rialzo dei tassi (atteso dal mercato non prima della seconda metà del 2019) dal 9 novembre 2011 quando ebbe inizio la politica monetaria accomodante di Draghi con il primo di nove tagli dei tassi scesi fino al -0,40% delle deposit facilities.
I mercati sono però tesi, come dimostra la violenza della turbolenza finanziaria provocata dalle incognite legate al governo M5S-Lega, sui timori di una spesa pubblica galoppante e posizioni contrarie all’Europa dell’austerity. La fiammata del ritorno dei trade sul break-up dell’euro è divampata con una rapidità che ha sbalordito molti: sotto le macerie e le ceneri della Grande Crisi qualche focolaio era rimasto acceso e covava. Questi mercati saranno chiamati ad assecondare senza panico e senza crisi isteriche la fine graduale del Qe e la normalizzazione, che nulla hanno a che fare con spread e rischio-Stato: dovranno convincersi che la Bce agisce dopo un lungo periodo di pazienza, prudenza e perseveranza, quando tutti i tasselli sono al loro posto, e tra questi convergenza e resilienza dell’inflazione. «Gli indicatori – ha osservato Praet indicando il 5-year forward inflation-linked swap rate 5 years ahead risalito ben sopra l’1,5% – mostrano che la convergenza dell’inflazione verso il nostro obiettivo sta migliorando». E ha aggiunto: «Il venir meno dell’attesa da parte del mercato di un’espansione consistente del nostro programma è stato accompagnato da attese sull’inflazione che sono sempre più coerenti col nostro obiettivo». Praet ieri ha mostrato la headline inflation. «La Bce dovrebbe tenere conto della sostanziale differenza dei livelli d’inflazione tra Paesi dell’Eurozona e delle diverse esigenze», ha detto l’europarlamentare del M5S Marco Valli, anche se la Bce è organo indipendente, non risponde alla chiamate della politica.
Dopo la fine degli acquisti netti che potrebbe essere il 31 dicembre, con un ultimo trimestre 2018 in graduale calo, la Bce continuerà a reinvestire i titoli di Stato in portafoglio, per ammontari decisamente importanti, stimati dagli addetti ai lavori – in mancanza di cifre ufficiali – oltre i 100 miliardi nel 2019 e anche nel 2020 mettendo assieme titoli tedeschi, francesi, italiani e spagnoli. La Bce tramite la Banca d’Italia manterrà dunque in bilancio oltre 350 miliardi di titoli di Stato italiani a fine QE e li deterrà a lungo: il primo rialzo dei tassi potrà essere deciso mentre il reinvestimento è in corso. Una politica monetaria via via meno accomodante ma a lungo morbida, che manterrà i tassi ai livelli «attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti netti di attività».

Isabella Bufacchi

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