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La Bce prepara la svolta sui tassi “Pronti a ridurre l’acquisto di titoli”

Peter Praet ha due caratteristiche che lo candidano ad essere ascoltato molto attentamente dai mercati. Primo, è il capo economista della Bce, vale a dire l’uomo che nei consigli direttivi presenta ai banchieri centrali il quadro generale che dovrebbe ispirare le loro scelte di politica monetaria. Soprattutto, nel gergo degli osservatori di Francoforte, il belga è una “ colomba”, dunque poco incline a chiudere il rubinetto delle misure straordinarie o a suggerire politiche restrittive. Ma ieri Praet ha detto che l’inflazione, il faro che orienta le decisioni dei guardiani dell’euro, si sta muovendo «verso il nostro obiettivo » del 2% « nel medio termine » . Un modo per dire che non ci sono motivi per congelare o ritardare il periodo di uscita dalle misure straordinarie introdotte durante la Grande crisi.
A questa mini- svolta di uno degli uomini più fidati di Mario Draghi, si aggiungono i “falchi” che sono tornati ad esprimersi, a cominciare dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ansioso di segnalare ieri che è «plausibile» la fine del Qe entro l’anno. Idem il suo omologo olandese: Klaas Knot vuole anche che l’annuncio ufficiale giunga presto.
Finora la Bce, e Mario Draghi in primo luogo, si erano sempre detti delusi dell’inflazione, mantenendo alta la guardia e dunque la possibilità di riportare la Bce su una traiettoria più generosa. Ma il segnale di Praet e dei falchi è chiarissimo: il meteo segna sereno e i banchieri centrali possono andare avanti su un percorso di “normalizzazione”. Peccato che all’orizzonte ci sia una nuvoletta che potrebbe trasformarsi in un uragano: l’Italia.
Per chi ha familiarità con il modo di ragionare dei banchieri centrali è chiarissimo che la “ mina Italia” sta diventando piuttosto un motivo per dimostrare l’indipendenza della Bce in modo ancora più marcato. E a Draghi in particolare serve anche ad allontanare da sé qualsiasi sospetto di voler aiutare il proprio Paese o in generale un Paese che potrebbe approfittare delle politiche monetarie per non fare le necessarie riforme o gli aggiustamenti che dovrebbe. Questo, ovviamente, riduce enormemente gli spazi di intervento della Bce, se il mercato dovesse definitivamente cambiare umore e ritenere l’Italia di nuovo un elemento di rischio per la tenuta dell’euro.
Tornando a Praet, per sostanziare il suo ottimismo sull’inflazione, il belga si è detto convinto che il ritmo robusto dell’economia stia facendo da traino ai salari e, dunque, all’andamento dei prezzi. Perciò, ha aggiunto, alla riunione attesissima della prossima settimana, « bisognerà decidere se il progresso è stato sufficiente a garantire una graduale diminuzione dei nostri acquisti » di titoli pubblici e privati, il cosiddetto QE. Non è ancora chiaro se la Bce annuncerà già nel dettaglio il calendario della riduzione degli acquisti dei bond, che secondo la maggior parte degli analisti saranno portati a zero entro la fine dell’anno. Ma la spinta dei “falchi” come Weidmann è tornata, appunto, ad essere pressante. Ieri il tedesco ha anche parlato dell’Italia. E pur sottolineando che « molto è stato fatto negli Stati membri e a livello europeo in questi vent’anni», ancora «non è abbastanza per far sì che l’eurozona sia al riparo delle crisi una volta per tutte: la turbolenza del mercato finanziario la settimana scorsa riguardo all’Italia è un esempio calzante » . Ed è legittimo chiedersi, anche, se questo ritorno da “ falco in capo” non sia un segnale che la sua presunta candidatura alla presidenza della Bce stia sfumando.

Tonia Mastrobuoni

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