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La Bce prende le distanze dalla Fed

Prima la Fed, poi la Bce (e la Bank of England). Non poteva andare meglio, questo mese, per i banchieri centrali europei. Perché avere il «privilegio della seconda mossa», come la chiama Stephen L. Jen della SlJ Macro Partner, è davvero importante in questa fase delicata della politica monetaria.
Si ricordi cosa è avvenuto il mese scorso. Francoforte e Londra, contemporaneamente, hanno preso le distanze da una Federal reserve che in questa fase sembra seminare incertezze. Se a Washington si discute – e molto – su come affrontare questa ripresa ancora diseguale, in Europa occorre che la politica monetaria resti ancora decisamente espansiva. I mercati – immaginando, anticipando e schiacciando il futuro sul presente – stavano però scontando un rialzo dei tassi dappertutto. La Bce e la Boe hanno allora annunciato o adottato una strategia (la forward guidance) che si concreta nel prendere impegni, in questo caso “espansivi”, sulle proprie mosse future.
Ora lo schema si ripete, e il calendario per fortuna aiuta. Perché la Fed appare un po’ perplessa. O almeno, così viene descritta nelle aspettative degli analisti e degli investitori. Le prossime mosse non sono chiare. Molti si aspettano – sulla base di un suggerimento dello stesso presidente Ben Bernanke – che possa abbassare quel “valore di riferimento” dell’occupazione, ora al 6,5%, raggiunto il quale si può pensare a un rialzo dei tassi: si parla del 6% o addirittura del 5,5%. In questo modo l’inizio della stretta verrebbe spostato in avanti, e non di poco. Si discute anche se possa essere ulteriormente ampliata la gamma degli strumenti a disposizione, in modo da giocare sul loro mix. Un’analisi del presidente della Fed di San Francisco (A Defense of Moderation in Monetary Policy) ha cercato il modo migliore per usare più strumenti di politica monetaria (tassi, il bilancio) in una situazione di incertezza: la conclusione è che le “leve” dagli effetti più incerti – in questo caso il bilancio, e quindi gli acquisti di titoli – vanno toccati dopo aver esaurito gli altri. A molti il lavoro ha dato l’impressione di suggerire che, così come sono stati usati prima i tassi e poi gli acquisti durante la fase di espansione, occorra usare prima i tassi e poi gli acquisti (la loro riduzione) nella exit strategy.
C’è un motivo molto serio perché la Fed cambi strada. La politica ora definita funziona – ha spiegato Vincent Reinhart di Morgan Stanley – se l’inflazione e la disoccupazione vanno in direzioni opposte (tecnicamente: lungo la curva di Phillips) o salgono insieme (la curva di Phillips slitta verso l’alto). Non funziona, e lascia gli operatori nell’incertezza sulle prossime mosse, se invece scendono insieme (la curva di Phillips scivola verso il basso). Come sembra poter fare in questa fase. Non è impossibile che la Fed decida – anche oggi – di raccontare ai mercati cosa accadrebbe se la dinamica dei prezzi dovesse rallentare troppo.
Poi molto dipenderà dalla reazione degli investitori. Sono stati i mercati, e il loro nervosismo sulle novità della Fed, a spingere la Bce e la Boe a fare un nuovo passo (o, almeno, a scegliere la riunione di luglio come il momento più giusto per annunciarlo). Domani la Boe fornirà i dettagli della sua nuova politica. La Bce ha già detto tutto, ma continuerà a insistere: i tre fattori a cui il presidente Mario Draghi ha invitato a guardare – prezzi, crescita, moneta – non danno segnali chiari di una svolta. L’inflazione tedesca di ieri è rimasta, nel dato armonizzato, invariata all’1,9% e ferma all’1,6% dovrebbe restare, oggi, quella di Eurolandia: le aspettative di medio periodo – quelle che contano, per definire la politica monetaria – non dovrebbero essersi modificate, e non puntano certo a un rialzo dell’inflazione. Alcuni analisti – come Guillaume Menuet di Citigroup e il suo staff – pensano anzi che possa calare nei prossimi mesi. Gli indici Pmi sull’attività economica hanno segnalato per la prima volta espansione – e questo è il vero dato nuovo – ma questo scenario è ancora circondato da molte incertezze. La quantità di moneta intanto rallenta, e i prestiti al settore privato continuano a contrarsi.
Nulla, quindi, può far pensare a un ripensamento della strategia della Bce. Neanche nella parte in cui si ventilano «tassi invariati o anche più bassi». La flessione dei prestiti resterà cruciale e richiederà grande attenzione: i problemi sono mal distribuiti, colpiscono quasi solo alcuni paesi e tormentano le piccole e medie imprese. Qualcosa, su questo punto, bisognerà fare.

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