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La Bce non taglia ma si tiene pronta

La Banca centrale europea ha lasciato ieri i tassi d’interesse invariati all’1%, nonostante l’ammissione che i rischi per l’economia dell’Eurozona siano molto aumentati, ma il suo presidente Mario Draghi ha lasciato intendere che l’istituto di Francoforte potrebbe muoversi alla riunione di luglio. «Teniamo sotto controllo tutti gli sviluppi e siamo pronti ad agire», ha dichiarato Draghi, il quale ha replicato anche, con una punta di polemica, alle sollecitazioni che vengono da fuori dell’Europa, soprattutto dagli Stati Uniti, perché agisca contro la crisi, osservando che le responsabilità non sono tutte europee e che ognuno deve fare la sua parte per risolvere i propri problemi e su questo i maggiori Paesi si confronteranno al G-20 in Messico fra una decina di giorni.
La Bce tuttavia sembra in attesa in particolare, oltre che delle elezioni greche del prossimo 17, di vedere cosa faranno i leader europei al vertice di fine giugno ed è decisa a tenere alta la pressione sui politici. Molti dei problemi dell’area dell’euro, ha detto ieri Draghi, «non hanno niente a che vedere con la politica monetaria» e non è compito della Bce sopperire alla mancanza di azione da parte della altre istituzioni. In questo modo sembra tra l’altro aver escluso una ripresa del programma di acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà (sospeso da 12 settimane), chiesta per esempio dal Governo spagnolo. Ancora una volta, il presidente della Bce ha fatto appello alla creazione di una visione, o quanto meno di un percorso per il futuro dell’euro, che deve essere «chiarito», ricordando l’esempio del rapporto Delors che ha fissato date e condizioni per i progressi verso la nascita dell’unione monetaria. Draghi ha aggiunto che non intende entrare in un «mercato delle vacche» (horse-trading, nella più elegante versione inglese) con le altre istituzioni europee e i Governi, scambiando future azioni della Bce con quelle altrui.
La decisione di tener fermi i tassi si giustifica con le nuove previsioni degli economisti della Banca che, a sorpresa, hanno mantenute pressoché invariate le previsioni sull’economia (una contrazione dello 0,1% quest’anno e una ripresina dell’1% il prossimo, con l’inflazione che scenderà sotto il 2% nel 2013). Draghi ha però riconosciuto un aumento dei rischi al ribasso delle prospettive economiche, e che le previsioni sono basate sulle ipotesi, che oggi appaiono decisamente ottimistiche, di mercati finanziari più calmi e di una crescita globale sostenuta. Il presidente della Bce ha osservato che alcuni mercati, in particolare l’interbancario, stanno funzionando a mala pena e altri mostrano una frammentazione. A suo parere, tuttavia, siamo ben lontani da una situazione come quella del 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers.
Nel consiglio della Bce c’è comunque un’opinione di minoranza («pochissimi consiglieri», ha precisato Draghi) che già ieri si è espressa a favore di un taglio dei tassi. La decisione è stata presa quindi non all’unanimità. Se entro luglio i segnali provenienti dai sondaggi sull’economia, che, come ha ammesso il capo del’Eurotower, all’inizio di questo trimestre sono stati negativi (ieri è stata la volta di cifre pessime anche sulla produzione industriale tedesca, -2,2% ad aprile, finora uno dei pochi baluardi dell’area euro), la Bce potrebbe portare i tassi al di sotto dell’1% per la prima volta nella sua storia. L’ex governatore della Banca d’Italia peraltro ha ricordato ancora una volta che, anche ai livelli attuali, i tassi sono molto bassi in termini nominali e negativi in termini reali e ha aggiunto che in queste condizioni di mercato l’efficacia di una riduzione dei tassi è in dubbio.
Intanto, la Bce ha prolungato per tutto il 2012 le sue operazioni di fornitura illimitata di liquidità a tasso fisso alle banche, anche se non ha annunciato alcuna replica dei rifinanziamenti a 3 anni che fra dicembre e febbraio hanno portato alle banche oltre 500 miliardi di euro netti, pur senza favorire una ripresa del credito. Un taglio dei tassi alleggerirebbe tra l’altro il costo della raccolta per le banche, soprattutto della periferia dell’Eurozona, che si approvvigionano quasi solo alla Bce.
Segnali di apertura da parte di Draghi sugli aiuti alle banche spagnole. Anche se oggi i fondi salva-Stati europei non sono strutturati per intervenire direttamente nelle banche, si potrebbe pensare, secondo il presidente della Bce, a una condizionalità legata soprattutto al sistema bancario. Draghi ha ricordato che il Fondo monetario discuterà venerdì la sua analisi del sistema bancario spagnolo e presto sarà pronto lo studio indipendente commissionato dal Governo di Madrid: dopo di che dovrà esserci una valutazione “realistica” delle necessità e delle risorse a disposizione.

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