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La Bce non frena sui sostegniMa la partita è solo rimandata

La Banca centrale europea mantiene una «steady hand», ha spiegato la sua presidente Christine Lagarde: una mano ferma e costante nel proseguire gli acquisti di titoli sul mercato a ritmo intenso, senza rallentare al primo cenno di ripresa e ai primi segni di un risveglio della dinamica dei prezzi.

La Bce continuerà dunque tutta l’estate con decisione negli interventi straordinari su titoli di Stato e privati, spendendo verosimilmente fino a 80 miliardi al mese, anche se per la prima volta dal 2018 l’istituto dà una valutazione dei rischi «equilibrata». Nel gergo dei banchieri centrali, questa parola ha un significato preciso: ora pensano che l’economia abbia pari probabilità di migliorare come di indebolirsi, rispetto alla rotta attuale. È un cambiamento profondo. Da circa tre anni nella Bce si continuava a ripetere che il grande rischio era quello di un peggioramento e ora il cambio di tono prelude, in tutta probabilità, a una politica monetaria meno audace in futuro. Di certo ieri gli economisti di Francoforte hanno alzato le previsioni di crescita e inflazione per quest’anno e il prossimo, benché non per il 2023.

Ma in fondo questi chiarimenti ieri sono stati poco più che il disbrigo degli affari correnti. Hanno rassicurato il mercato, non lo hanno sorpreso, dopo che nelle ultime settimane alcune delle figure di peso nel Consiglio dei governatori avevano fatto capire che la Bce per ora non avrebbe tenuto il piede schiacciato a fondo sull’acceleratore. Lo avevano anticipato Fabio Panetta, l’italiano nell’esecutivo della Bce, e il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau. E lo aveva sostanzialmente spiegato Lagarde stessa. Sono finiti così di fatto in minoranza – o hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco – soprattutto il governatore olandese Klaas Knot, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e la tedesca nell’esecutivo della Bce Isabel Schnabel. Loro tre, preoccupati di un’inflazione che per ora sembra rialzare la testa, avrebbero preferito iniziare da subito a rallentare gli interventi. E durante il mese fino al 20 maggio già solo i loro segnali al mercato erano bastati a far salire i rendimenti dei buoni del Tesoro decennali italiani dallo 0,74% all’1,13%: un costo elevato, per un governo costretto a emettere sempre nuovo debito sul mercato.

Ora i rendimenti sono ridiscesi, grazie alla «steady hand» di Lagarde. Presto però l’attenzione dei mercati e dei governi è destinata a spostarsi dagli annunci di ieri alla partita che si sta giocando più in profondità. Essa riguarda sia Francoforte che Bruxelles, perché stanno per cambiare le coordinate di fondo del mix di politica monetaria e di bilancio nell’area euro. La posta non potrebbe dunque essere più alta. Dopo la pandemia il Patto di stabilità va riscritto e qualche riflessione in proposito è già partita. Prima ancora, la Bce sta entrando nel vivo della sua «revisione strategica»: deve decidere se perseguire un obiettivo d’inflazione più equilibrato, non «vicino ma sotto al 2%» (come ora), ma magari attorno a quel valore in maniera meno rigida. Non è una discussione puramente accademica: nei prossimi finirà per influenzare tempi e modi di uscita dagli interventi straordinari, che da oltre un anno risparmiano all’Italia una drammatica crisi di debito. Un obiettivo d’inflazione più equilibrato, per la Bce, può divenire l’ancoraggio per non ridurre troppo bruscamente gli acquisti anche nel 2022. Se la prudenza del resto si avverte ovunque nelle parole di molti banchieri centrali europei, non è solo perché la ripresa resta giovane e fragile. C’è almeno una ragione in più: a primavera prossima si vota per le presidenziali in Francia, Marine Le Pen sembra competitiva come non mai e qualunque turbolenza o tensione di mercato e nell’economia non può che avvantaggiarla. Nessuno ha fretta di vedere un’ultranazionalista antieuropea al timone della Francia. E questo, piaccia o no, nei prossimi undici mesi non potrà che contare anche nel palazzo della Bce.

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