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La Bce non crede nel mercato?

Sembrano francamente strane le obiezioni della Bce al progetto di fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano. Non che la banca centrale non possa, anzi, debba, fare le sue osservazioni su un’importante operazione straordinaria.

E ogni suggerimento che potesse migliorare il progetto industriale dell’aggregazione sarebbe ben accetto. È però una banalità dire che sarebbe meglio se l’aggregato delle due banche fosse più solido. È la stessa Bce ad aver certificato, non molto tempo fa, che entrambe le banche hanno livelli di patrimonio adeguati in ottica stand-alone; non si capisce allora perché l’unione, che porterebbe ulteriori sinergie, non sia ulteriormente migliorativa e quindi da benedire subito.

In secondo luogo, due banchieri esperti come Pier Francesco Saviotti e Giuseppe Castagna sono i primi a sapere, probabilmente meglio della stessa Bce, come e quando affrontare il tema dei crediti difficili, per il bene delle banche loro affidate.
Nel merito e nei dettagli della fusione, sembra dunque che Francoforte abbia in realtà poco da dire ai soggetti vigilati.

Viene allora il dubbio che ci siano altri progetti prioritari rispetto all’unione tra Banco e Milano. Non è un mistero che il caso MontePaschi sia il più rilevante, per dimensioni assolute e peso relativo dei crediti dubbi.

Per affrontarlo, però, adottando gli stessi parametri di solidità che si vorrebbero per l’unione tra le due popolari, servirebbe molto più capitale. Di patrimonio in eccesso ne hanno, un poco, solo la Milano e Ubi, la prima ex popolare ad essersi trasformata in Spa, con particolare merito presso la Bce. Poiché nessuno vuole fare altri aumenti di capitale, questo tesoretto è troppo prezioso per essere utilizzato in operazioni per così dire, secondarie, almeno nell’agenda Bce, rispetto al caso Mps.

Il progetto di unificare Ubi, Milano e Mps, sotto l’egida della terza banca italiana, fortemente sponsorizzato dalla Bce, porterebbe a Mps una dote di circa 2 miliardi di euro; forse non del tutto sufficienti, ma nemmeno così pochi.

Che poi questo capitale dia un ritorno interessante per chi lo apporta, Ubi o Milano, sarebbe un aspetto secondario, visto che i capitali non sono della Bce, ma degli azionisti. Non è nemmeno un mistero che l’unione tra Banco Popolare e Popolare Milano abbia avuto sponsor politici, a livello regionale e nazionale. Ed anche per questo la Bce, un po’ per ripicca per essere stata scavalcata, un po’ per sponsorizzare un’operazione considerata migliore, ora fa melina.

Ma a cercare l’ottimo di domani, si rischia di non fare nemmeno il bene di oggi; o peggio, si rischiano dei danni oggi, come qualcuno, tra Bruxelles e Francoforte, è già riuscito a fare con l’ affrettato varo del bail-in.

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