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La Bce è pronta a lanciare il «Qe»

Nel clima di attesa di nuovi stimoli monetari da parte della Banca centrale europea, è bastata ieri una frase del presidente della Bce, Mario Draghi, che ripeteva, nella sostanza e nella forma, diverse dichiarazioni delle scorse settimane, per scatenare l’euforia dei mercati finanziari.
In una risposta scritta a una lettera inviatagli il mese scorso dell’europarlamentare irlandese, Luke Flanagan, Draghi ha ripetuto quanto aveva detto alla conferenza stampa di dicembre e cioè che la Bce avrebbe riconsiderato all’inizio del 2015 l’impatto delle misure già adottate e che può aggiustare «le dimensioni, il ritmo e la composizione delle misure. Queste possono comportare l’acquisto di una varietà di attività finanziarie. Una di queste potrebbero i titoli di Stato».
In una riunione preliminare che si è svolta questa settimana a Francoforte, il consiglio della Bce non sarebbe ancora arrivato ad alcuna conclusione definitiva sulle modalità di questi eventuali acquisti.
Nelle ultime parole di Draghi, tuttavia, i mercati hanno visto ieri la conferma che la Bce è pronta, già dalla prossima riunione di consiglio il 22 gennaio, ad adottare il “quantitative easing” (Qe) già utilizzato dalle altre grandi banche centrali.
Anche se la lettera di Draghi è datata 6 gennaio e se il presidente della Bce normalmente si serve di questa corrispondenza con i membri del Parlamento europeo più che altro per ribadire posizioni già note, la sua pubblicazione il giorno dopo la diffusione dei dati dell’inflazione negativa (-0,2%) nell’eurozona nel mese di dicembre ha dato un forte impulso ai mercati.
Nello stesso senso della dichiarazione di Draghi, è venuta più tardi un’intervista alla tv francese France 24 del membro del comitato esecutivo, Benoit Coeuré, che ha la responsabilità per le operazioni di mercato della Bce. L’eurozona non è in deflazione, ha sostenuto Coeuré, ma la Bce deve reagire anche a un’inflazione debole. Il dato di dicembre è il primo dato mensile negativo dall’ottobre 2009, quando l’economia era nel pieno della crisi finanziaria globale. L’istituto di Francoforte interpreta il suo mandato di mantenere la stabilità dei prezzi con un obiettivo d’inflazione sotto, ma vicino al 2%, quindi lontanissimo dai livelli attuali, e con i tassi d’interesse già a zero, non può che battere la strada di espandere la moneta attraverso l’allargamento del proprio bilancio con l’acquisto di titoli.
Molti economisti di mercato ritengono che l’inflazione resterà in territorio negativo per diversi mesi e comunque molto bassa ancora a lungo. Il principale fattore del calo dei prezzi è il crollo delle quotazioni del petrolio che di per sé, ha detto il banchiere centrale francese, rappresenta «una buona notizia per l’economia europea», ma che, se la debolezza dei prezzi al consumo dovesse essere prolungata, può diventare una ragione di preoccupazione per la Bce. Potrebbe infatti influenzare le aspettative sull’inflazione a medio termine, che la Bce segue molto da vicino e che sono già nettamente più basse dei livelli voluti, attorno a 1,60%, innescando una pericolosa spirale defla–zionistica.
Dati diffusi ieri dalla Bce sui tassi praticati dalle banche alle imprese mostrano che questi stanno cominciando a scontare l’effetto benefico delle misure già adottate dalla banca centrale, con un calo delle condizioni applicate in Paesi come l’Italia e la Spagna, dove il credito si è rivelato più problematico nel corso della crisi. Il divario nei confronti dei tassi applicati alle imprese tedesche comunque resta ampio.

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