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La Bce discute la svolta sul modello della Fed

Il consiglio dei governatori della Banca centrale europea sta discutendo misure che fino a pochi mesi fa sarebbero apparse impensabili. Come hanno già fatto la Federal Reserve americana, la Banca d’Inghilterra o la Banca del Giappone, anche l’Eurotower a questo punto valuta se tentare misure molto poco convenzionali per la sua storia. Una delle proposte, quella analizzata più da vicino, riguarda ciò che i banchieri centrali americani chiamano «quantitative easing»: facilitazione delle condizioni del credito grazie all’aumento della quantità di moneta; quei nuovi euro sarebbero spesi comprando bond sovrani dei Paesi dell’area.
I banchieri centrali di Francoforte sanno che hanno poche settimane per evitare un avvitamento senza ritorno dei mercati europei. Sanno che non è assicurato il futuro della moneta che dovrebbero governare. E non c’è dubbio che «stampare» euro per comprare titoli di Stato dei Paesi dell’area – il tutto solo elettronicamente – può placare il panico che sta devastando l’area monetaria. Ma se mai si arrivasse a una svolta del genere, la Bce non lo farebbe con l’obiettivo ufficiale di risolvere i problemi di debito dell’Italia o della Spagna. Il presidente della banca centrale, Mario Draghi, lo ha chiarito nella sua intervista su «Le Monde» nel fine settimana: «Non abbiamo il mandato di risolvere i problemi finanziari dei Paesi», ha spiegato. Il messaggio è chiaro: Draghi non intende riattivare il Securities Market Programme (Smp), il piano di acquisti di titoli di Stato lanciato dalla Bce nel 2010 e poi usato per Italia e Spagna nel 2011. Quella campagna, cento miliardi spesi solo in Btp in cinque mesi, è considerata illegale dalla Bundesbank: secondo i tedeschi equivarrebbe a finanziamento del debito da parte della banca centrale, una misura inflazionista e proibita dai Trattati europei. Draghi non ha intenzione di mettere in minoranza la Bundesbank all’interno dell’Eurotower su un tema che legalmente resta controverso.
Piuttosto, la Bce può muoversi per garantire la stabilità dei prezzi, in linea con il suo mandato principale. Gli obiettivi del «quantitative easing» discusso a Francoforte non sarebbero in fondo molto diversi da quelli che dichiarò la Fed nel lanciare le sue due operazioni di creazione di moneta. Fra fine novembre 2008 e marzo 2010, la banca centrale guidata da Ben Bernanke «stampò» (virtualmente) 1425 miliardi di dollari e acquistò titoli legati al mercato immobiliare. Quello fu il cosiddetto «QE1». Poi fra fine 2010 e metà 2011 la banca centrale di Washington lanciò il «QE2» e comprò 600 miliardi di titoli di Stato a lunga scadenza del Tesoro americano. L’obiettivo: non finanziare l’amministrazione, ma contrastare i rischi di una caduta dei prezzi e di avvitamento dell’economia.
Anche il mandato della Bce mette in primo piano la stabilità dei prezzi. Draghi l’ha ricordato su «Le Monde»: il compito della Bce, ha detto, è di «prevenire sia un’inflazione più elevata che un calo generalizzato e ampio dei prezzi. Se vedremo questi rischi generalizzati di deflazione – ha aggiunto Draghi – agiremo». L’ex governatore della Banca d’Italia ha detto che la Bce è «molto aperta, senza tabù» e che il compito della banca «è mantenere la stabilità dei prezzi in entrambe le direzioni (verso l’alto e verso il basso, ndr), affrontare i problemi come si presentano e agire senza pregiudizio».
Il punto, adesso, è che i rischi per la stabilità dei prezzi in questa fase sembrano essere al ribasso. L’obiettivo della banca è di un’inflazione «inferiore ma vicina al 2%», ma le previsioni di giugno dello staff Bce indicano un andamento dei prezzi medi all’1,6%. Troppo poco. Non solo: da allora, ha osservato Draghi, la Bce pensa che l’inflazione stia frenando più in fretta di quanto previsto fino a poche settimane fa e l’anno prossimo potrebbe dunque essere nettamente al di sotto dell’obiettivo desiderato vicino al 2%. Insomma, per l’Eurotower esistono le basi di una politica monetaria ancora più accomodante, nel rispetto del mandato sull’inflazione e dunque senza controversie legali. La via convenzionale sarebbe un nuovo taglio dei tassi, senz’altro è in discussione. Ma la Bce potrebbe andare oltre, perché l’ultima sforbiciata si è dimostrata inefficace e nel frattempo il tasso sui depositi è già stato portato a zero.
Questi sono gli argomenti di chi, nel consiglio dei governatori, pensa al «QE» della Bce. L’istituto centrale dovrebbe comprare titoli di tutti i Paesi dell’area, anche per evitare l’accusa di finanziamento monetario del deficit a favore degli Stati in difficoltà. Nelle banche centrali in realtà si era formata l’idea che il «quantitative easing» sarebbe potuto maturare con l’arrivo di nuovi dati sulla frenata dei prezzi, magari in autunno. Ma l’avvitamento dei mercati fa sì che di queste opzioni si discuta già nel consiglio dei governatori dell’1 e 2 agosto; nessuna decisione è già stata presa ed è possibile che non venga presa neppure il 2 agosto, ma i banchieri centrali possono continuare a lavorare in teleconferenza per tutto agosto, come successe già un anno fa.
Un’eventuale decisione, in base alla tutela della stabilità dei prezzi, potrebbe scattare anche a maggioranza. Né la Bundesbank, né nessun’altra banca centrale avrebbe tecnicamente un diritto di veto, eppure una svolta del genere alla lunga non sarebbe sostenibile contro e a dispetto della Germania. Probabile che la Bundesbank e il governo di Berlino chiedano garanzie che i Paesi più in crisi non approfittino degli interventi della Bce, e del calo degli spread, per fermare le riforme. Oggi il ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos, sarà a Berlino dal collega tedesco Wolfgang Schäuble per discutere la finanziaria biennale 2013-2014 che il governo di Madrid presenterà venerdì. Forse questo può bastare. O forse la Germania insisterà perché i tutti Paesi nell’occhio del ciclone accettino la sorveglianza esterna di un programma di assistenza internazionale.

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