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La Bce contro la Ue “Inaffidabili e dannose le regole sul deficit”

Potrebbe averlo scritto di suo pugno Pier Carlo Padoan, dalla sua scrivania al Tesoro. Quando lo leggeranno, a Palazzo Chigi, anticiperanno i brindisi di Natale. Perché Kaitanen e i falchi di Berlino&Bruxelles che stavano prendendo di mira il bilancio italiano vengono respinti con perdite. Il deficit strutturale – al netto cioè della congiuntura – su cui rischiavano di scivolare i conti di Roma e su cui ha fatto leva la Commissione per costringere il governo Renzi a tagliare il bilancio di 3 miliardi di euro in più del previsto, è una bufala: “inaffidabile”, le stime sono “incerte e volatili”. Per giunta, è colpevolmente “prociclico”: ovvero, anziché sventarla, rende più profonda e ineluttabile una recessione annunciata. Firmato e sottoscritto: il guru supremo, insomma niente popo’ di meno che gli augusti sacerdoti della Bce a Francoforte.

In realtà, il giudizio con cui il deficit strutturale, pilastro fondamentale del Fiscal Compact a cui sono abbarbicati i profeti dell’austerità europea, viene liquidato come una pericolosa zavorra non è contenuto in un documento ufficiale, ma in un Occasional Paper, appena uscito sul sito Bce (http://www.ecb.europa. eu/pub/pdf/scpops/ecbop15 7.en.pdf). Dato però che la disputa sul deficit strutturale è teorica e concettuale, poco importa che a uscire allo scoperto siano gli economisti, piuttosto che i responsabili politici della Bce. Lo studio, del resto, “The Identification of Fiscal and Macroeconomic Imbalances” è dedicato, in generale, alla nuova architettura del controllo sui bilanci dei singoli Stati dell’eurozona, che ne esce promossa: se fosse stata in vigore prima della grande crisi, dicono gli autori, ce ne saremmo risparmiata un bel po’. Ma aver puntato sul deficit strutturale per giudicare l’andamento della finanza pubblica si è rivelato, scrivono, un boomerang.

Il deficit strutturale è il disavanzo che si determinerebbe nella finanza pubblica se l’economia potesse marciare a pieno regime. Per calcolarlo, bisogna stabilire quale sarebbe il prodotto interno lordo raggiungibile in condizioni ottimali. Più alto è questo prodotto potenziale, rispetto a quello effettivamente realizzato, maggiore è l’impatto della recessione sull’economia e, quindi, minore la componente strutturale del disavanzo. Nella bozza iniziale della manovra finanziaria 2015, il governo intendeva ridurre il disavanzo strutturale dello 0,1% del Pil. I tecnici di Bruxelles reclamavano, invece, una diminuzione dello 0,8% del Pil. Alla fine, l’Italia ha deciso per lo 0,3, rinunciando ad iniettare nell’economia del paese 2,5 miliardi di euro che avrebbero potuto aiutare la ripresa. Ma tutto questo negoziato, rinuncia finale compresa, si basa su parametri che, secondo la Bce, non stanno in piedi.

Il dato sul disavanzo, sostengono, infatti, i ricercatori di Francoforte, è «inaffidabile perché sono sostanzialmente incerte le stime in tempo reale su cui si basa». In particolare, «sono incerte e volatili le stime sul prodotto potenziale (una variabile che non è verificabile) » e non sono prevedibili le reazioni degli incassi tributari a brusche variazioni del Pil. Pretendere di dimensionare la manovra italiana 2015 alle stime sul disavanzo strutturale fatte oggi è, insomma, irragionevole. Dall’autunno 2011 ad oggi, queste stime preventive sono regolarmente cambiate, anche da 0,1 a 0,5% nel giro di pochi mesi. Peggio, quelle previsioni finiscono per determinare scelte di politica economica sbagliate. Le proiezioni del disavanzo strutturale, infatti, «sono distorte per via del fatto che le stime del prodotto potenziale tendono ad essere procicliche ». In buona sostanza, sottovalutando la componente ciclica del deficit e sopravalutando quella strutturale, si finisce per adottare ricette di austerità che aggravano e rendono strutturale alcuni aspetti congiunturali, come la disoccupazione. Non sono critiche nuove. Recentemente, le avevano mosse, su lavoce.info, Carlo Cottarelli e altri economisti. Ma ora che le rilancia la Bce, l’ortodossia di Bruxelles traballa.

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