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La Bce avvia la retromarcia non prevede un Qe più forte

Le politiche monetarie sono anche fatte di frasi che si ripetono, che cambiano o che spariscono ed è utile non distrarsi mai quando si ascolta un banchiere centrale, neanche quando sembra ripetitivo. Ieri la cancellazione di una manciata di parole da una formula reiterata da mesi e mesi ha segnalato, appunto, un cambio di traiettoria della Bce. Mario Draghi ha sottolineato che gli acquisti dei bond privati e pubblici – il cosiddetto “ quantitative easing” da 30 miliardi di euro al mese continueranno fino a settembre « e oltre, se necessario » , tuttavia il consiglio direttivo ha deciso di togliere il riferimento alla possibilità che la quota dei bond acquisiti possa « aumentare in termini di quantità o durata » . La normalizzazione delle politiche monetarie sta accelerando.
Certo, il presidente della Bce ha sottolineato più volte che « restiamo reattivi » . Ma la crescita « robusta e strutturata » che continua a consolidarsi nell’area della moneta unica consente ai banchieri centrali di accorciare l’orizzonte della fase straordinaria delle politiche monetarie. I toni fiduciosi riguardo alla ripresa in corso – che Draghi non vuole chiamare neanche più ripresa ma semplicemente crescita – e il tono più da “falco” hanno inizialmente rafforzato l’euro dello 0,6% contro il dollaro, anche se successivamente il biglietto verde ha recuperato; i mercati si aspettavano una stretta. Anche le Borse hanno festeggiato.
La Bce ha poi aggiornato le stime macroeconomiche. Le previsioni sulla crescita sono state riviste al rialzo per l’anno in corso al 2,4%, mentre restano confermate all’ 1,9% e all’ 1,7% per i due anni successivi. Il vulnus resta ancora l’inflazione, che i banchieri centrali hanno dovuto correggere lievemente in peggio. Draghi ha annunciato che l’andamento dei prezzi al consumo « si assesterà all’ 1,5% fino alla fine dell’anno » e risulterà in media all’ 1,4%, mentre l’anno prossimo è stata limata al ribasso all’ 1,4%. Nel 2020 raggiungerà l’ 1,7%. Anche se Draghi ha ribadito anche ieri che l’inflazione « sta convergendo verso l’obiettivo del 2% » , nell’orizzonte dei prossimi tre anni non è ancora a portata di mano.
L’attesa sulle prossime mosse dei banchieri centrali si farà più pressante man mano che ci si avvicinerà il fatidico mese di settembre, termine per la fine del Qe. I falchi spingono per una rapida fine degli acquisti, mentre le colombe vorrebbero un passaggio più morbido da 30 miliardi a zero. In ogni caso Draghi ha sottolineato che quei bond continueranno ad essere reinvestiti, mantenendo dunque invariato il bilancio. Un dettaglio importante, in una fase in cui i mercati potrebbero innervosirsi per l’incertezza scaturita dalle elezioni italiane. Se dovessero cominciare ad esercitare pressioni sui titoli sovrani, un’eventuale decisione della Bce di reimmettere i bond sul mercato potrebbe fare l’effetto della benzina sul fuoco. Comunque sul voto di domenica scorsa il banchiere centrale ha sdrammatizzato, ricordando che i mercati non hanno quasi reagito e che la situazione di incertezza attuale potrebbe essere rischiosa soltanto se « protratta nel tempo » .
Gli unici fattori di preoccupazione, per Draghi, sembrano venire dalla Casa Bianca, sia sul fronte dei dazi, sia su quello della deregolamentazione finanziaria. Insieme alla volatilità sui cambi euro/ dollaro, che il presidente della Bce sta cercando di contrastare da quando l’amministrazione americana sembra preferire un dollaro debole. In ogni caso, già la lieve svolta più restrittiva del linguaggio della cosiddetta “ forward guidance”, la traiettoria di politica monetaria, ha avuto un effetto sui differenziali tra titoli di Stato: lo spread tra Bund decennale tedesco e i bond italiani è salito di 5 punti base per poi invece ridursi a fine giornata, mentre quello tra il “ porto sicuro” tedesco e i titoli francesi è aumentato di tre punti.

Tonia Mastrobuoni

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