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La Bce affina le armi non convenzionali

di Riccardo Sorrentino

Le attese sono tante. Forse persino troppe. In ogni caso, la riunione di giovedì della Banca centrale europea è uno degli eventi fondamentali di una settimana cruciale per il futuro di Eurolandia.
La flessione dei rendimenti dei titoli di Stato, mercoledì e giovedì, mostra quanto queste aspettative – quasi sperimentalmente – abbiano già, preventivamente, modificato le quotazioni. In buona parte le attese sono rivolte anche agli altri appuntamenti europei della settimana, ma il ruolo della Bce resta cruciale: è, come tutte le Banche centrali, la più rapida delle istituzioni economiche, l'unica che può tener testa alla velocità dei mercati.
Se e quanto queste attese saranno deluse è difficile capire. È possibile: spesso gli investitori si spingono un po' oltre il dovuto, soprattutto nel breve periodo. E questo può accadere anche oggi. Non andrà smentita forse l'idea che la Bce prosegua il taglio dei tassi: a novembre il costo del credito è calato dall'1,50% all'1,25%, e per giovedì una maggioranza (non schiacciante) degli economisti immagina un ulteriore piccolo passo, all'1 per cento.
Qualcuno crede addirittura che la Bce possa portare i tassi, nella migliore delle ipotesi entro febbraio, fino allo 0,50%, sfondando quello che finora è rimasto un pavimento inviolato, quello dell'1 per cento. Difficilmente Mario Draghi darà però indicazioni in questo senso: la Banca centrale europa ha una lunga tradizione, raccolta dal nuovo presidente, di non prendere impegni per le sue mosse future.
Gli investitori non saranno frustrati da questo: il tema del giorno non è il costo del credito a breve termine, ma le misure non convenzionali di politica economica. La manovra coordinata di mercoledì tra le sei maggiori banche centrali ha alimentato tra gli investitori la speranza che possano essere introdotti nuovi strumenti per risolvere i problemi di alcune banche. Il mercato monetario, malgrado la disponibilità della Bce a iniettare liquidità illimitata, è in tensione da tempo, e alcune aziende di credito fanno fatica ad approviggionarsi di denaro a breve termine, sia in euro che in dollari. Non a caso è stata proprio l'iniziativa "globale" di mercoledì, dominata dalla Fed e dalle sue decisioni, a far scattare un rialzo quasi liberatorio delle borse e il calo dei rendimenti e degli spread.
È probabile – e questa è l'aspettativa principale – che la Banca centrale europea ora ampli l'elenco di titoli di credito (i "collaterali eligibili") che è possibile consegnarle per ottenere in prestito liquidità nelle sue operazioni, anche di lungo periodo, con il sistema bancario. Le parole di Draghi al Parlamento europeo, mercoledì, hanno corroborato questa attesa. Il presidente ha precisato che nulla, del suo discorso, può essere interpretato come un'indicazione di future politiche monetarie. Se non altro perché analisi e proposte della riunione di giovedì sono ancora, come ha precisato, in formazione. Draghi ha però confermato che la Banca centrale «è consapevole delle continue difficoltà delle banche a causa delle turbolenze sui titoli di Stato, le ristrettezze (tightness, ndr) sui mercati di finanziamento e la scarsità di "collaterali eligibili" in alcuni settori finanziari».
Di più, è difficile che accada. Secondo alcuni investitori questa è una settimana decisiva perché si interrompa quel gioco strategico che sembra animare i rapporti tra banca centrale e governi. La prima – correttamente, da un punto di vista tecnico – ha fatto il minimo necessario, evitando di lanciare segnali fuorvianti al mondo politico, e ha chiesto con forza a ciascun paese di assumersi le proprie responsabilità sia sul fronte del rigore fiscale sia su quello delle riforme per la crescita. Draghi lo ha ripetuto con forza anche mercoledì scorso. Ogni paese – il caso italiano è emblematico – ha risposto cercando di resistere fino all'ultimo momento, tentanto di spingere "gli altri" (la banca centrale, ma anche i partner) a fare la prima mossa. Al momento la banca centrale sembra avere però la meglio (fortunatamente, visto che è in gioco anche la sua credibilità): lunedì Roma presenterà la sua manovra "lacrime e sangue", venerdì i partner europei definiranno le loro riforme anche se, come ha notato il cancelliere Angela Merkel, il processo «richiederà anni».
Si può davvero immaginare allora una Banca centrale più aggressiva sui mercati finanziari? Draghi è stato chiaro: pur nella consapevolezza delle difficoltà del momento, ha ripetuto che gli acquisti di bond sono una misura «temporanea» e «limitata», nel senso, ha però precisato, di «non eterna e non infinita». Quindi non necessariamente «piccola». Ha poi continuato a insistere su una struttura unitaria per la politica fiscale. Il gioco continua, insomma. Fino a quando i governi non avranno iniziato a recuperare la loro credibilità. Quello sarà il momento della svolta.

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