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La battaglia per salvare Carige scatta il pressing su Unipol

Vertici Carige in pressing su Unipol per convincerla a partecipare all’aumento di capitale da 560 milioni. Sarebbe questa la mossa in grado di cambiare uno scenario che, altrimenti, si farebbe ancor più cupo per la banca dei liguri. Dopo due giorni di riunione, infatti, il cda non ha ancora emesso il prezzo delle azioni per l’aumento. Un simile annuncio, infatti, va fatto solo con l’accordo del consorzio di garanzia che, pare, vincolerebbe il suo sì all’adesione all’aumento da parte di Unipol. La banca guidata dall’ad Carlo Cimbri aveva infatti convertito i bond subordinati in senior, garantendosi la possibilità di partecipare all’aumento. Rispetto a una prima ipotesi favorevole, però, Unipol ora sembrerebbe ora più fredda. Da qui il pressing messo in atto nella tarda serata di ieri, che avrebbe addirittura spinto i vertici di Carige a una missione milanese per convincere il consorzio a far scattare l’operazione. A questo disco verde, si potrebbe affiancare un patto fra i principali azionisti a sottoscrivere l’aumento e a quel punto incassare il via libera del consorzio di garanzia, facendo così partire l’operazione.
Una mossa, questa, in grado di invertire una rotta che pare più simile a una picchiata. In due giornate, Carige ha bruciato più del venti per cento del suo già modestissimo valore di Borsa, rendendo ancor più difficile da vincere una battaglia con la speculazione che si abbatte ormai da tempo sulla banca dei liguri a colpi di vendite. Tra martedì e ieri sono passate di mano poco meno di trenta milioni di pezzi, quasi il 4% del capitale, nelle stesse ore in cui il consiglio si riuniva per decidere il prezzo delle azioni da emettere per l’aumento di capitale da 560 milioni. Il titolo, ieri, manco a dirlo, ha raggiunto il suo minimo storico di 14 centesimi, per una capitalizzazione di Borsa di 124 milioni, esattamente la metà di quanto la famiglia Malacalza ha speso due anni fa per acquistare il 17,6% delle azioni di Carige, 248 milioni. Eppure sono stati proprio i Malacalza i primi a confermare la loro intenzione di andare avanti, sottoscrivendo la propria quota di aumento. E lo stesso ha fatto il secondo azionista, Gabriele Volpi, re della logistica del petrolio nigeriano che per molti dei suoi affari italiani ha scelto di affidarsi a Gianpiero Fiorani, l’ex dominus della Popolare di Lodi. Idem per il terzo azionista, la famiglia Spinelli, imprenditori della logistica portuale. Il presidente Aldo Spinelli ieri ha chiamato tutti i genovesi alla sottoscrizione. «Noi faremo la nostra parte e ci sono altri gruppi interessati a entrare e a sottoscrivere quote fra l’1 e il 3%. Ma i genovesi che vogliono bene a Carige facciano altrettanto».
L’obiettivo è mettere in sicurezza una banca che ha fatto i conti con devastanti inchieste giudiziarie (con l’arresto dell’ex presidente Giovanni Berneschi) e ha subito pesantissimi contraccolpi economici. Per rialzarsi, ogni volta, un aumento di capitale. Il primo da 800 milioni, il secondo da 850 e adesso il terzo, da 560. D’altra parte il rafforzamento patrimoniale attraverso “denaro fresco” è soltanto una delle tappe obbligate messe a punto dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino per condurre Carige alla sua salvezza. Insieme a questo, l’ad ha messo a punto un piano di cessioni di immobili, società e partecipazioni azionarie e la cessione di un altro miliardo e 400 milioni di crediti deteriorati, dopo il “deconsolidamento” della prima tranche da 940 milioni. E a completare l’operazione, sul piatto della trattativa sindacale, l’ad ha aggiunto pure mille esuberi sui cinquemila addetti complessivi. Sbagliare una sola mossa significa mettere a rischio la continuità aziendale.
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