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La battaglia delle Popolari Via alla riforma del voto

Per le banche popolari è partito il conto alla rovescia del cambiamento: il decreto che impone alle dieci più grandi della categoria di trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi è stato firmato dal presidente del Senato Piero Grasso, che temporaneamente svolge le funzioni di Capo dello Stato, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed è entrato in vigore ieri. I tempi non sono stretti ma c’è di mezzo il dibattito parlamentare per la conversione in legge, e ci si attende una discussione vivace e contrastata. Anche perché le stesse Popolari, attraverso l’associazione che le rappresenta, hanno dichiarato che si batteranno fino all’ultimo per contrastare la riforma. Non per nulla hanno incaricato la commissione di giuristi – Angelo Tantazzi, Piergaetano Marchetti e da Alberto Quadrio Curzio – che stava già lavorando alla messa a punto di nuovi profili di governance, di approfondire gli aspetti di costituzionalità delle procedure previste dal decreto, voluto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e messo a punto dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan con il sostegno della Banca d’Italia e del suo governatore, Ignazio Visco. 
Non bisogna inoltre dimenticare l’indagine avviata dalla Consob sui rialzi di Borsa alla vigilia del varo della riforma da parte del Consiglio dei ministri. E neanche la preoccupazione dei sindacati che temono nuovi tagli di posti di lavoro in un settore già caricato dal peso di crescenti esuberi. Insomma ci sono ancora molti ostacoli da superare per arrivare alla realizzazione dei cambiamenti indicati dal decreto, che avranno bisogno comunque di disposizioni di attuazione da parte della Banca d’Italia.
Il provvedimento tira una linea di demarcazione nel sistema delle banche popolari, stabilendo che a fare scattare l’obbligo di trasformazione in società per azioni sia il superamento degli 8 miliardi di euro di attivo. Gli istituti avranno un anno di tempo per decidere se ridurre l’attività al di sotto di tale limite, sempre che sia possibile, o se avviare la trasformazione in spa. In caso contrario le sanzioni, applicabili dalla Banca d’Italia, sarebbero molto severe: dal divieto di nuove operazioni alla liquidazione coatta amministrativa, passando per la proposta alla Bce di revoca dell’autorizzazione bancaria. La trasformazione della struttura cooperativa delle Popolari partirà dall’abolizione del voto capitario (una testa un voto), che prescinde dalla percentuale di capitale posseduto, per proseguire con nuove regole sul recesso e sulle deleghe di voto da conferire ad ogni socio (da un minimo di 10 ad un massimo di 20). Il decreto poi definisce anche le procedure per l’approvazione in assemblea delle delibere relative alla trasformazione in spa o alle fusioni (la maggioranza di due terzi dei voti espressi, in seconda convocazione).
L’obiettivo della riforma, che riguarderà le dieci Popolari più grandi, di cui solo due non quotate a Piazza Affari (Popolare di Vicenza e Veneto banca), è quello di favorire il rafforzamento del capitale in vista di una sempre maggiore severità dei parametri patrimoniali anti-crisi, visto che, come ha detto il governatore Visco, nel confronto internazionale il livello di patrimonializzazione delle grandi Popolari sono relativamente contenuti. Ma non v’è dubbio che questo processo comporterà anche un’accelerazione delle alleanze e delle fusioni, destinate a dare una decisa spinta alla riorganizzazione del sistema italiano.

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