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La battaglia del copyright. È sfida all’ultimo voto

L’esito incerto del decisivo voto di oggi — sulla nuova direttiva Ue per il diritto d’autore in rete — ha moltiplicato le attività di lobbying, sviluppate fino a notte con una caccia ai singoli eurodeputati. L’Europarlamento di Strasburgo in parte è schierato con le associazioni di editori, case cinematografiche e musicali, giornalisti, artisti, attori, sceneggiatori, che dalla riforma si aspettano di poter richiedere un equo compenso per l’utilizzo sul web delle loro produzioni da parte dei colossi Usa come Google e Facebook. Il fronte del “no” condivide le ragioni di queste mega-piattaforme, che vorrebbero far slittare tutto alla prossima legislatura, continuando a pagare poco o nulla quanto sarebbe protetto dal copyright.

La riforma della direttiva è nata proprio per aiutare chi produce opere dell’ingegno a recuperare potere contrattuale nei confronti dei giganti Usa del digitale. Ma questi hanno condotto una massiccia campagna di lobbying per convincere eurodeputati e utenti sui rischi di freni alla libertà della rete e all’innovazione, che spunterebbero dietro alcune ambiguità del testo. Si è arrivati così addirittura al «popolo del web libero» e ai «pirati informatici» di fatto in sintonia con le multinazionali per far eliminare i due articoli più controversi (11 e 13), che nasconderebbero l’introduzione di una «link tax» e di filtri sulle piattaforme in grado anche di censurare e impedire condivisioni. Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani di Forza Italia, ha smentito: «Negli ultimi mesi stanno facendo girare la falsa notizia che l’Ue vuole mettere il bavaglio ai giganti del web: è falso!». Entità senza fini di lucro, come l’enciclopedia Wikipedia, piccole imprese e start up sarebbero esentate. Ma mantengono dubbi. Proprio Wikipedia ha oscurato le sue pagine in Italia e altri Paesi Ue per protestare contro gli articoli 11 e 13.

Le divisioni si sono estese all’interno degli europartiti, compresi popolari e socialisti. L’Italia ha votato contro la direttiva nel livello dei governi, finendo in minoranza. Gli eurodeputati del M5S hanno anticipato il «no» parlando di «una ferita alla libertà della rete» con gli articoli 11 e 13. Gli editori e numerosi autori italiani, da Giulio Rapetti (Mogol) a Ennio Morricone, Nicola Piovani o Paolo Conte, hanno esortato l’Europarlamento ad approvare.

Ivo Caizzi

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