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La battaglia dei fondi Pioneer ad Amundi Anima verso Poste

Le trattative in esclusiva con Amundi per la cessione di Pioneer sono partite ieri ma Unicredit punta a chiudere in pochi giorni; al massimo entro il 13 dicembre, quando a Londra presenterà il suo piano strategico e, di conseguenza, le caratteristiche dell’aumento di capitale. Dunque, fuori la cordata “tricolore” costituita da Poste, Anima holding e Cdp, con cui secondo alcune ricostruzioni ci sono state incomprensioni sugli accordi per la distribuzione. E comunque Poste aveva offerto meno: fonti finanziarie parlano di 3,4 miliardi rispetto ai 3,5 che, si dice, ha messo sul piatto Amundi (assistita come advisor finanziario da Mediobanca); è possibile che Amundi vari a sua volta un aumento di capitale per finanziare l’operazione. Poste ha spiegato che «allo stato, una operazione a valori più elevati, tenuto conto anche di altre opportunità di crescita esterna perseguibili grazie al rafforzamento dell’alleanza con Anima, non sarebbe in linea con obiettivi di ritorno adeguati per i propri azionisti».
La vendita di Pioneer ai francesi metterà probabilmente in moto un processo di riaggregazione interna al mondo del risparmio gestito in Italia. Nella trattativa per Pioneer fin dal primo momento il colosso francese, leader assoluto in Europa nel settore con oltre mille miliardi di masse gestite e 100 milioni di clienti privati, è sembrato favorito. La società, quotata a Parigi dal 2015, è nata nel 2010 come joint venture tra Société Générale (quando l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, era un top manager della banca) e il Credit Agricole. Più piccola, Pioneer ha comunque oltre 225 miliardi di masse gestite ed è sesta in Europa, mentre in Italia è terza. Insieme, Pioneer e Amundi conserveranno la terza posizione per quota di mercato nei fondi comuni in Italia anche dopo il matrimonio, annunciato nei giorni scorsi e confermato ieri, tra Anima e Poste, che porterà quest’ultima a conferire la propria sgr e salire così dal 10,3 a 24,9%, mentre Bpm (altro socio della società quotata) si diluirà dal 14,6 a circa il 12%. Poste ha confermato di voler crescere nel risparmio gestito: la nuova realtà avrà masse per 150 miliardi (75 del BancoPosta sgr, che però ha una redditività molto bassa, una ventina di milioni, in quanto le sue masse vengono prevalentemente dalle riserve vita della compagnia di assicurazioni, che gestisce prevalentemente in titoli di Stato). Non è detto che il processo di crescita finisca qui: Bpm a quel punto potrebbe vendere la sua quota in Anima – forse con qualche problema, vista la rilevanza del pacchetto azionario dell’altro socio – oppure continuare con le aggregazioni, portando in dote il gruppo Aletti Gestielle (Banco Popolare). Ma qualsiasi decisione sulle fabbriche-prodotto verrà presa post-fusione con il Banco.
E legata ai processi di aggregazione delle banche c’è in sospeso un’altra vicenda, quella di Arca. L’ex società consortile vede Bper al 32,7%, seguita dalla Sondrio al 21 e poi le due popolari venete al 20% ciascuna. Quando sarà chiaro cosa succederà di queste ultime, è probabile che si rimetta in moto anche il processo di vendita di Arca. Di sicuro il mondo del risparmio gestito è in fermento: non è più il momento d’oro di un anno fa – la raccolta netta si è più che dimezzata nei primi 10 mesi dell’anno rispetto al 2015- e sul comparto pesa l’incognita della riscrittura delle regole per applicare le commissioni di performance, che potrebbe a breve essere imposta dall’Esma (la Consob europea); la misura potrebbe incidere pesantemente sulla redditività delle sgr (in particolare di chi, come Azimut e Mediolanum ad esempio, hanno metodi di calcolo molto onerosi per la clientela). Ma resta pur sempre una delle industrie più “ricche” del paese.

Vittoria Puledda

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