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La banca informa i clienti-impiegati

La banca ha il dovere di informare il cliente per iscritto quando le perdite sulle operazioni in futures superano il 50% delle somme detenute presso l’istituto. E deve stoppare l’investitore quando vede che le operazioni sono anomale per tipologia, dimensione, frequenza e situazione finanziaria.
Un dovere che non viene meno quando l’investitore è un impiegato della stessa banca che non può, solo in virtù del ruolo, essere considerato un operatore qualificato. La Corte di cassazione con la sentenza 3341, chiarisce in base ai regolamenti Consob i comportamenti che l’istituto di credito deve tenere con i clienti che scommettono sugli indici di borsa. Nel mirino dei giudici finiscono gli investimenti a rischio sui futures Mib 30, fatti da un dipendente autorizzato ad operare anche sui conti correnti del fratello e del padre. A fare ricorso era stata proprio l’intera famiglia, quando la banca aveva revocato loro l’apertura di credito e la convenzione d’assegno, chiedendo di coprire immediatamente il debito che si era creato a causa delle “forsennate” operazioni dell’investitore-dipendente.
La vicenda era finita nelle aule giudiziarie con alterna fortuna. Dalla parte della banca si era schierato il Tribunale con un verdetto ribaltato però dalla corte d’Appello. I giudici di secondo grado avevano respinto al mittente le giustificazioni della banca, che dalla sua aveva una Ctu che, basandosi sul saldo all’inizio delle operazioni controverse e quallo finale, dimostrava che le operazioni compiute non potevano essere considerate anomale. Singolare era, semmai l’obbligo di informativa sull’inadeguatezza delle operazioni in derivati verso un dipendente che era, in quanto tale, operatore qualificato. L’impiegato inoltre era stato anche licenziato, con sentenza passata in giudicato, proprio per aver cercato di nascondere gli illeciti relativi ai futures attraverso operazioni inesistenti. Per finire la banca nega che il cliente-dipendente, avrebbe desistito dagli investimenti anche se informato perchè ormai preso dal sacro “fuoco” della speculazione.
Spesso, sottolinea la difesa ,il danno subito dai clienti non è una conseguenza diretta e immediata del preteso inadempimento della banca ma piuttosto «della loro forsennata attività speculativa» unita alla contingente crisi dei mercati.
Da questa lettura dei fatti si dissocia la Cassazione.
I giudici della prima sezione civile ricordano che gli intermediari hanno il dovere di informare per iscritto appena la perdita, effettiva o potenziale, dell’investimento in derivati supera la soglia del 50% delle “provviste” finanziarie. Un obbligo che non può ritenersi adempiuto attraverso la comunicazione periodica dell’esito delle operazioni. Gli intermediari si devono inoltre astenere dal consigliare o effettuare: operazioni con frequenza non necessaria, di dimensioni eccessive e non adeguate per tipologia ed oggetto.
Il compito anzi è quello di monitorare le operazioni del cliente e allertarlo quando riceve disposizioni non adeguate, informandolo delle ragioni per le quali le “mosse” che vuole compiere non sono opportune. Regole che, nel caso esaminato, non sono state seguite. Un semplice impiegato non poteva avere una specifica competenza borsistica né capitali sufficienti da reggere alla prolungata crisi dei mercati.

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