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E la Banca centrale torna a dividersi sulle mosse anticrisi

Quando era direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ai collaboratori Christine Lagarde ripeteva spesso quattro parole: «Find me a solution», trovatemi una soluzione. Le serviva uno strumento tecnico per poter guidare i governi azionisti dell’Fmi verso un nuovo equilibrio politico.

Da quando è presidente della Banca centrale europea, Lagarde sa che il compito di trovare una soluzione spetta a lei. Ma non è facile, non tanto perché la francese non ha una formazione da economista, ma per le spinte diverse con cui deve fare i conti. Lagarde vuole conciliare i suoi istinti da colomba nella politica monetaria con il desiderio di evitare la stessa ostilità dottrinaria del mondo tedesco che aveva circondato il suo predecessore Mario Draghi. Deve tenere ferma la barra di una partita tattica, ma vitale, sugli acquisti di titoli nei prossimi mesi da parte della Bce e quella della sfida strategica — altrettanto rischiosa — sugli obiettivi che la Banca centrale intende perseguire in un sistema economico ormai irriconoscibile. Infine vuole mantenere un’impressione di ordine e consenso al vertice della Banca centrale, mentre le economie del Nord e del Sud Europa continuano a divergere fra loro e l’area euro continua a perdere terreno sugli Stati Uniti e sulla Cina.

Non stupisce che la Bce sia entrata nella pausa estiva in una tregua apparente, ma ne è uscita in un ritorno di competizione fra banchieri centrali sia sulla tattica che sulle strategie. L’idea diffusa in luglio a Francoforte — già allora illusoria — era che sarebbe bastato mantenere gli interventi già decisi in primavera scorsa per 1.350 miliardi fino a giugno del 2021. Senza ridurli, né aumentarli. Quanto alle strategie di fondo, la revisione della politica monetaria sembrava diretta in sostanza a un ritocco dell’obiettivo di inflazione al 2% (non più poco al di sotto come oggi).

Le ultime settimane hanno squadernato questa pace a tavolino, su entrambi i fronti. La seconda ondata del virus e il trauma ancora profondo di famiglie e imprese stanno soffocando il rimbalzo dell’economia nell’area euro e anche in Italia: dopo mesi di recupero, in agosto o settembre gli indici di fiducia dei manager nei servizi (Pmi) sia per il Paese che per il complesso della zona sono scesi di nuovo sotto le soglie che indicano contrazione; l’economia frena di nuovo, prima ancora di vedere in autunno gli effetti restrittivi della seconda ondata di Covid. Quanto agli obiettivi di politica monetaria, la Bce è rimasta spiazzata a fine agosto dall’indicazione che la Federal Reserve da ora sarà disposta a lasciar correre l’inflazione oltre il 2% e ad aspettare prima alzare i tassi in futuro. Ciò ha contribuito a una rivalutazione del 9,3% dell’euro sul dollaro da metà marzo, che rende più costosi i prodotti europei nel resto del mondo e deprime i prezzi all’importazione: l’opposto di ciò che serve a un’area euro che quest’anno decresce il doppio degli Stati Uniti — dato il collasso di Italia, Francia e Spagna — e da agosto vede una dinamica dei prezzi ormai sotto zero, con lo spettro della deflazione dietro l’angolo.

Non è un caso se il conflitto nella Bce è tornato a galla. Giorni fa Fabio Panetta — un componente del comitato esecutivo proveniente dalla Banca d’Italia — ha dichiarato che la Banca centrale dovrebbe rischiare anche di fare troppo per sostenere la ripresa, piuttosto che rischiare di fare troppo poco. Panetta ha aggiunto che la Bce oggi, per essere efficace, deve sostenere la politica di bilancio: un chiaro invito ad aumentare di nuovo la quantità degli interventi per sostenere i governi che, in deficit, dovranno aiutare famiglie e imprese anche nel 2021. All’italiano hanno subito risposto in senso contrario altri componenti del vertice della Bce, fra i quali il lussemburghese Yves Mersch. Il fatto che si discuta alla luce del sole significa che nessuno, per ora, ha vinto. Trovare una soluzione — entro metà dicembre — tocca a Lagarde.

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