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La banca centrale cinese al 2% in Intesa Sanpaolo

I cinesi allargano la loro presenza in Italia. E lo fanno investendo nel capitale della prima banca del Paese, Intesa Sanpaolo. Attraverso il tradizionale braccio finanziario, la People’s Bank of China, Pechino da ieri detiene il 2,005% del capitale di Ca’ de Sass. Rapportata alla capitalizzazione attuale di Intesa, pari a circa 57 miliardi, la partecipazione della banca centrale cinese ammonta circa a 1,14 miliardi di euro.
Quello nel gruppo bancario è in verità solo l’ultimo di una lunga serie di investimenti effettuati dai cinesi in Italia negli ultimi anni. Un percorso iniziato nel 2011, quando fu acquisita una quota minima (500mila titoli) in Enel, pacchetto che nel tempo è salito al 2%. L’exploit vero si è però registrato nella primavera 2014, quando sono scattate acquisizioni a raffica nelle principali società italiane: nel mirino sono finite Eni, Generali, Mediobanca, Telecom, Prysmian, Saipem e Terna, dove i cinesi sono entrati con quote del 2% circa ciascuna.
All’epoca tuttavia le quotazioni erano ben più depresse di oggi. E questo rendeva più appetibile lo shopping. Per farlo oggi, insomma, ci vogliono delle ragioni in più. Anche perchè nel frattempo il titolo ha registrato un forte apprezzamento.
Basti pensare che da inizio anno il prezzo dell’azione è salito del 41%, nell’ultimo anno del 49 per cento. Nel contempo l’indice di comparto, lo Stoxx Banks, è cresciuto rispettivamente del 18% e del 12 per cento. Stessa dinamica anche nell’ultimo mese: +4,8% il titolo, +1,3% l’indice settoriale.

L’investimento
L’investimento in Intesa Sanpaolo potrebbe dunque avere una duplice ratio. In prima battuta potrebbe rappresentare una scommessa sull’Italia, e sulla sua possibilità di graduale ripresa, visto che, complice la sua forte esposizione, Intesa è una buona proxy dell’economia nazionale. A un segno più dello scenario macro, insomma, potrebbe corrispondere un segno più (rafforzato) anche per la banca.
Ma dietro la mossa dei cinesi è ragionevole che ci sia soprattutto anche una valutazione specifica sull’appeal finanziario dell’istituto e sulle sue prospettive reddituali. Il gruppo guidato da Carlo Messina offre uno dei migliori dividend yield in Europa (5,01% il dato atteso per il 2016 contro il 3,65% dello Stoxx) e la politica è quella di mantenere una redditività significativa per il futuro. «La remunerazione degli azionisti con dividendi elevati e sostenibili è confermata come priorità del management e mia personale», ha detto a maggio scorso lo stesso Messina.
All’orizzonte del resto ci sono i 2 miliardi di euro di cedola relativi al 2015. In questo scenario, un investitore come People’s Bank of China, desideroso di diversificare anche nell’equity europeo, potrebbe aver visto nell’istituto una buona opportunità d’acquisto. Soprattutto in una fase come quella attuale, in cui è difficile trovare buoni rendimenti, complice la stagione di tassi rasoterra.
Non che il mercato non se ne sia accorto da tempo. Complici gli acquisti dei mesi scorsi, il titolo Intesa è oggi uno dei più “cari” in Europa, se la si guarda in termini di rapporto tra prezzo e patrimonio netto tangibile (il p/tb è superiore a 1,36, ai livelli più alti del settore). Se il titolo continua a raccogliere consensi tra gli investitori, tuttavia, forse una ragione sta anche nell’elevata solidità patrimoniale della banca, al top in Europa, con un Cet 1 fully loaded del 13,3%. O anche alla forte esposizione al settore dell’asset management in Italia, un business che continua a crescere.
L’azionariato
Con il loro 2,005%, i cinesi vanno ad aggiungersi agli altri due investitori istituzionali stranieri che detengono una partecipazione rilevante nella banca: BlackRock, secondo azionista con il 4,9%, e Norges Bank (2,09%).
Del resto, per quanto forse inatteso, l’ingresso dei cinesi rientra in un percorso di allargamento della compagine azionaria di Intesa agli investitori istituzionali, un processo che Messina ha sempre visto di buon occhio. Nel 2013, anno in cui il manager è stato nominato Ceo, la quota di capitale in mano agli investitori esteri era al 40 per cento. L’anno successivo la frazione era salita al 52%. In occasione dell’ultima assemblea di aprile, i fondi istituzionali internazionali valevano il 60% del capitale presente in assemblea (pari al 64% del totale).
Le prospettive
Il dato, con tutta probabilità, è destinato ad aumentare in prospettiva. Merito del protocollo Acri-Mef, che prevede che la riduzione dell’esposizione sulla conferitaria al di sotto del 33% del patrimonio entro i prossimi tre anni. Tra Compagnia di San Paolo (oggi prima azionista di Intesa con il 9,4%) , CariPadova (3,35%) o Ente CrFirenze (3,24%), gli enti dovranno cedere sul mercato circa il 9% nel giro dei prossimi tre anni.
Nessuna fretta, per ora, anche perchè le alte quotazioni del titolo e l’attesa di un ricco dividendo non sono certo un incentivo ad uscire dal capitale oggi. Ma mentre i fondi istituzionali sono alla finestra e la banche d’affari scalpitano, il tema per le Fondazioni sta entrando prepotentemente in agenda.

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