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La «bad bank» salva-prestiti

La maggior differenza che possiamo trovare in Spagna rispetto all’Italia sul fronte caldo del trattamento delle sofferenze bancarie? «Semplice: le banche spagnole hanno avuto la possibilità di trasferire gli attivi deteriorati attraverso il cosiddetto programma Sareb ad un fondo che potremmo definire una “bad bank” di sistema, il cui compito è quello di ricollocare sul mercato gli attivi associati ai crediti deteriorati. Il Sareb, che nasce a giugno 2012, aveva un capitale iniziale di 100 miliardi di euro, immediatamente utilizzati per 54 miliardi di euro. I benefici del programma sono stati: sia fornire liquidità alle banche, attraverso l’acquisto di sofferenze, sia ridurre il fabbisogno di capitale delle banche stesse, riducendo i cosidetti Risk Weighted Asset», dice Giuseppe Latorre, responsabile corporate finance della società KPMG.
Ma non basta. «Le banche spagnole avevano già beneficiato del programma FROB nel 2009 (per circa 100 miliardi di euro), che aveva visto un significativo supporto di capitale, nelle Casse di risparmio regionali, in evidente difficoltà, da parte del governo spagnolo. Il Frob lo aveva predisposto l’ex premier socialista Zapatero, il Sareb lo ha varato il premier conservatore Rajoy», conclude Latorre, facendo notare una continuità tra destra e sinistra sugli aiuti al sistema bancario spagnolo che si sta gradualmente riprendendo dopo essere caduto in ginocchio a causa della bolla immobiliare.
Il tema dei crediti dubbi è tipico di Italia e Spagna, dove l’economia peggiora maggiormente: da fine 2011 a fine 2012 – calcolava R&S Mediobanca – sono saliti nel nostro Paese del 16,5% e in quello spagnolo del 18,3%. Ma il Banco Santander con crediti dubbi lordi pari a 36,1 miliardi di euro nel 2012 ha un tasso di copertura del 72,6% come pure BBVA con 20,287 miliardi di euro di sofferenze ha il 71,4% di copertura, mentre IntesaSanpaolo con 49,6 miliardi di euro di crediti dubbi lordi ha un tasso di copertura di 47,9%, e Unicredit con 79,787 di crediti dubbi raggiunge un tasso di copertura del 48,3%; segnale evidente di una legislazione spagnola più favorevole rispetto a quella italiana.
Ci sono però ancora due frecce all’arco degli spagnoli: i criteri del computo dei crediti in sofferenza sono molto più stringenti in Italia e questo pesa sui bilanci della banche italiane. Sul tema c’è un pregevole studio della Bank of Austria che ha messo in luce la severità italiana rispetto ai nostri partner. Inoltre la deducibilità fiscale degli accantonamenti a copertura delle sofferenze che in Italia è consentita nell’arco molto lungo di diciotto anni, in Spagna sono meno severi. Naturalmente anche in Spagna vi sono dei limiti alla deducibilità delle rettifiche di valore, in particolare, le rettifiche di valore su crediti che superano una certa soglia stabilita nella Circular 4/2004 non sono fiscalmente deducibili. In generale spiega un report di PWC ci sono tre paesi in Europa che pongono limiti alla deducibilità delle sofferenze bancarie: Italia, Francia e Spagna, mentre gli altri differiscono tra provision (deducibili con limiti) e write-off, solitamente deducibili completamente.
In teoria le sofferenze del sistema bancario spagnolo sono al 10% del totale crediti, ma il dato va “pesato” dato che la Banca di Spagna non conteggia tra i crediti problematici gli incagli e i prestiti ristrutturati e scaduti come invece impone Bankitalia. Se si adottasse lo stesso metro, come dice Nomura, il tasso dei crediti spagnoli a rischio salirebbe al 19 per cento. Un bel vantaggio.

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