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La app per viaggiare che trasforma Google nel diario dei ricordi

DEL viaggio in Scozia e di quello in India ricorda molto se non tutto. Google Trips, lanciata da poco sugli app store, è una memoria automatica che setaccia fra le mail e raccoglie in ordine cronologico le prenotazioni di ogni volo, notte in hotel, ristorante o vettura noleggiata. Poi propone itinerari, dà consigli generici sui ristoranti, indicazioni sui trasporti. Fin qui il futuro, quel che faremo. Ma è guardando ai viaggi passati che spaventa, perché a volte ricostruisce con esattezza i percorsi che abbiamo fatto.
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UNA giornata ad Edimburgo in sette tappe, dai Princes Street Gardens al Castello esattamente in quell’ordine; un’altra a Cochin, in Kerala, dal vecchio forte al quartiere ebraico in altre sette tappe proposte; una a San Francisco. «Il 74 per cento delle persone si snerva nell’occuparsi dei dettagli del viaggio», spiegano da Google. «Vogliamo ridurre quel fastidio e aiutare a divertirsi in vacanza». E ancora: «Abbiamo unito automaticamente i luoghi, le attrazioni e le gemme locali più popolari in percorsi giornalieri, basandoci sulle visite passate di altri viaggiatori». Persone delle quali si conoscono gli spostamenti. Nel nostro caso si tratterebbe di una coincidenza. Rappresentiamo il cliché del turismo da big data. In sette tappe. Eppure l’app ha chiesto il permesso di accedere, oltre alla posta di Gmail, anche alla nostra posizione e grazie a quella registra dove andiamo.
L’algoritmo di Google Trips è ispirato alla teoria dei grafi che 280 anni fa venne formulata dallo svizzero Leonhard Euler (Eulero) e al suo “problema dei sette ponti di Königsberg”. Oggi la città si chiama Kaliningrad, è sul Baltico, ed è attraversata dal fiume Pregel. Le due isole e le varie zone delle città erano collegate da sette ponti. Per risolvere il problema bisognava tracciare il percorso di una passeggiata che passasse su tutti e sette i ponti una sola volta. Come è stato risolto oggi? Con quel che Eric Schmidt, a capo di Google fino al 2011, ci disse sei anni fa: «Con il vostro permesso, grazie alla tecnologia e alla diffusione degli smartphone, costruiremo dei servizi su misura ora inimmaginabili ». Fa il paio con quel che ha dichiarato Margo Seltzer, docente di Scienze informatiche a Harvard, al World Economic Forum di Davos del 2015: «La privacy cosi come l’abbiamo conosciuta non è più possibile. Il modo convenzionale che abbiamo di pensarla è morto». Con il nostro permesso, però. Perché poi alla fine quel permesso lo diamo sempre. I servizi sono gratuiti, anche se hanno un prezzo da pagare, e pazienza se poi la nostra vita viene tracciata. Non è una novità. Di app che seguono quel che facciamo ce ne sono tante. TripAdvisor forma un diario automatico dei nostri spostamenti punteggiando la mappa di tutte le foto che abbiamo scattato. Rove vi dice dove siete andati e quanto ci siete stati. E lo stesso si può dire di AutoDiary e soprattutto di DayPath. E sono solo alcune fra le tante sul mercato.
Mike Lee, ingegnere che alla Apple ha lavorato al dipartimento “App review” destinato al controllo delle app proposte da terzi per il negozio online della multinazionale di Tim Cook, in un’intervista di qualche tempo fa si è lamentato di quanto il suo gruppo fosse sottodimensionato per la mole di lavoro da svolgere e di quanti buontemponi cercassero di farsi pubblicare applicazioni infarcite di immagini di genitali maschili. La sfida adesso è invece cercare di limitare quelli che richiedono senza giustificazioni l’accesso alle nostre pagine sui social network o alla geolocalizzazione. E anche quando la richiesta è sensata in relazione al servizio fornito, non c’è alcuna garanzia che poi quei dati non vengano venduti o usati altrove per fini differenti in altra sede. «Usiamo i big data per sapere più di noi stessi, ma alla fine compagnie private o governi sapranno molto più di quel che vorremmo», disse una volta Jim Gosler, ex direttore del Clandestine Information Technology Office alla Central Intelligence Agency, la Cia. Non esattamente un pericoloso comunista.

Jaime D’Alessandro

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