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La “231” a tutto campo

di Giovanni Negri

Tra sentenze e norme, a io anni dal debutto la responsabilità delle società per reati commessi dai dipendenti non ha perso nulla della forza propulsiva. Anzi. Introdotte nel 2001 recependo quanto previsto dalla convenzione internazionale contro la corruzione, le sanzioni alle imprese, quando abbiano tratto vantaggio o avuto interesse alla commissione di un illecito da parte di un proprio dipendente, hanno dapprima ribaltato uno degli assunti del nostro sistema giuridico, per cui un ente non poteva essere considerato autore di un reato, e poi si sono trasformate in una delle armi principali a disposizione delle procure. Anche perché all'originaria lista dei reati presupposto, quelli che danno luogo appunto alla chiamata in causa dell'ente, incentrata sulle violazioni alla correttezza delle relazioni tra società e pubblica amministrazione (dalla corruzione alla truffa ai danni dello Stato), si sono aggiunti illeciti contigui, come parte del diritto penale dell'economia, è il caso dei reati societari o finanziari, per poi procedere a un allargamento inarrestabile a fattispecie diverse. Si è così via via estesa la responsabilità ai delitti contro la personalità individuale, dalla prostituzione alla pornografia minorile, alle violazioni in materia di diritto d'autore, ai reati transanazionali e al riciclaggio. Da ultimo, chiudendo in qualche modo il cerchio aperto 16 affi nni fa, si è prevista questa formàdi responsabilità per la violazione delle più gravi norme a presidio della sicurezza del lavoro e, da pochi giorni, il Consiglio dei ministri ha approvato e messo all'attenzione del Parlamento un decreto legislativo che mette in campo l'arsenale del decreto 231 contro i reati ambientali. Un intervento quest'ultimo anch'esso deciso per recepire direttive comunitarie, ma che riporta gli orologi a dieci anni fa quando nella versione primigenia, poi emendata, i reati ambientali e anche quelli sul lavoro erano stati inseriti. A questo ormai sempre più consistente pacchetto di norme fa da contraltare una magistratura sempre più attenta e, in certa misura, anche creativa. Basti pensare al perimetro dei soggetti interessati che è stato gradualmente, anche questo, esteso. Solo nelle ultime settimane, il tribunale di Milano ha-considerato, per la prima volta, sanziona-bile una onlus ai sensi del decreto 231, e, soprattutto, con una sentenza depositata la settimana scorsa, la Cassazione ha considerato, sovvertendo il suo precedente orientamento, che anche le imprese individuali possono essere colpite. Ma i giudici si sono esercitati mano mano nel chiarire la portata delle sanzioni interdittive, delle forme di responsabilità attribuibili ai manager, sulle caratteristiche dei modelli organizzativi che, se adottati correttamente, possono mettere al sicuro le imprese da contestazione. Altri nodi sono rimasti però ancora da sciogliere. Uno dei principali, che interessa i tanti risparmiatori rimasti coinvolti nei crac finanziari di questi anni, è costituito dalla possibilità di costituirsi parte civile nel procedimento avviato dai Pm a carico di enti (banche o imprese) e manager. Una possibilità che, di fronte a controverse pronunce di merito, la Cassazione ha recentemente negato. Ma sulla questione pende comunque un futuro giudizio della Corte di giustizia europea che dovrà verificare la coerenza di queste disposizioni rispetto alla normativa comunitaria a tutela delle vittime dei reati. Come pure, ma questa volta dalla parte delle imprese, emer e con forza la necessità di far convivere gli oneri derivanti dalla necessità/opportunità di adottare i modelli organizzativi, tenendo conto anche del fatto che pure le imprese individuali ora dovranno provvedere, con la robustezza di un scudo in gran parte ancora tutta da sperimentare. In altre parole, ai costi certi dei modelli corrisponde poi anche una loro efficacia? E poi, sempre dalla parte delle imprese, l'avere previsto tra le sanzioni che possono essere decise anche in via cautelare, il commissariamento dell'ente, apre la porta a scenari del tutto inediti Il procedimento penale contro Telecom Sparkle e Fastweb, per esempio, aveva portato circa un anno fa alla richiesta avanzata dal pubblico ministero del commissariamento delle due società quotate, accendendo un dibattito sulla invasi-vità della disposizione e sul rischio che una misura di per se temporanea possa invece avere conseguenze non rimediabili Provando a tirare le fila delle numerose questioni aperte, il ministero della Giustizia è alla vigilia della presentazione di un disegno di legge di modifica di alcune parti del decreto 231. Un intervento che vorrebbe essere ambizioso e andare oltre la semplice manutenzione. Punto centrale del provvedimento, nel quale l'ufficio legislativo del ministero ha inserito le indicazioni dell'Arel, sarà il rafforzamento dei modelli organizzativi, che oggi sempre più aziende sono chiamate ad adottare, attraverso un meccanismo di certificazione. Ai modelli che avranno superato l'esame degli enti certi-ficatori (ma dovrà essere il ministero a precisarne profilo e responsabilità) spetterà il compito di fare da vero scudo nei confronti del pubblico ministero, al quale toccherà, a sua volta, dimostrarne l'inefficacia. Ma il disegno di legge riconoscerebbe anche, per la prima volta, una specificità dei gruppi, e dei rapporti tra capogruppo e controllata, e prevedrebbe norme agevolate per la costituzione degli organismi di vigilanza all'interno delle piccole imprese.
 

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