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l solitario non paga in banca «I margini ridotti spingono le fusioni»

Le banche italiane sono chiamate a cambiare rapidamente il loro modello di business . L’attività caratteristica degli istituti di credito è diventata scarsamente remunerativa. Le agenzie bancarie, che solo nel 2007 passavano di mano a 12,4 milioni di euro l’una, oggi vengono chiuse e non sostituite. La progressiva (e peraltro lenta) digitalizzazione del Paese fa sì che basteranno mille sportelli per coprire radicalmente l’intero territorio nazionale. Il carico dei costi fissi – 300 mila dipendenti del settore – appesantisce i bilanci e rallenta l’operatività quotidiana. Il margine di interesse, una delle voci più caratteristiche del bilancio bancario, ha poi evidenziato una progressiva erosione nell’ultimo triennio ( vedi tabella ): chi ha resistito maggiormente è stata Bper (-2,2 per cento), seguita da Ubi (-3,2) e Bpm (-6,8). Ma c’è chi ha perso molto di più: Intesa (-10,8), Banco Popolare (-11,3), UniCredit (-13,2), fino ad arrivare alle iperboli del Monte dei Paschi di Siena (-24,2) e di Carige (-53,3).
Cambiamenti
La mutazione in atto ha portato a una diversa considerazione dell’industria bancaria. La lentezza con cui si sta procedendo alla campagna di aggregazioni, fortemente sollecitata dalla Bce, è determinata dal fatto che a nessuno risulta chiara la direzione da prendere. La prova viene dall’analisi delle operazioni straordinarie nel settore. Nel corso del 2015, evidenzia una ricerca effettuata da Value Partners, in Italia si sono concretizzate solo sette operazioni nel comparto bancario: una nella Monetica (cessione di Icbpi), una nell’Asset management (fusione annunciata di Pioneer Investment con Santander Am), cinque nell’ambito dei crediti deteriorati, gli Npl, con protagonisti Unicredit (2), Mps, Iccrea e il gruppo Cassa centrale. «Sono gli unici settori dei servizi finanziari che interessano ai grandi investitori internazionali – dice Gabor David Friedenthal, director di Value Partners e curatore della ricerca –. La conferma viene non solo dall’unicità delle operazioni, ma anche dai prezzi pagati. L’Icbpi è stato valutato 2,15 miliardi, ovvero 11 volte l’Ebitda. Pioneer, 2,75 miliardi, ancora 10-11 volte l’Ebitda. E gli Npl rappresentano una ghiotta opportunità di investimento perché vengono acquistati al 15-20 per cento del valore nominale. A quanto si valuta oggi una banca? Valori frazionali…. La differenza è tutta qui». La tendenza evidenziata nel corso dell’anno sembra essere destinata a continuare nel futuro prossimo. Le sofferenze maturate all’interno del sistema bancario non accennano a diminuire, al massimo rallenta il ritmo di crescita e, a quota 200 miliardi, hanno superato il 13 per cento del prodotto interno lordo. Questi volumi non potranno che andare ad incrementare una ulteriore crescita degli Npl. «Una parte significativa delle sofferenze andranno ad alimentare la crescita dei Non performing loans nel prossimo futuro e – sottolinea Friedenthal – anche per questo ci sarà sempre più bisogno di una Bad bank di sistema per risolvere il nodo di una massa che non decresce e che pesa sui bilanci degli istituti di credito». Il futuro appare così orientato verso una massiccia opera di consolidamento.
Area di riferimento
«Con queste premesse – continua Friedenthal – e in un quadro macroeconomico che ha portato i tassi di riferimento quasi a zero, è difficile poter pensare che l’industria bancaria non diventi un business fatto di volumi. Considerate semplicemente il caso dei mutui: nel 2010 i tassi medi sul mercato italiano si aggiravano sul 4,5 per cento. Oggi siamo all’1,5 per cento, con punte anche più basse, fino all’1,15. È chiaro che per replicare la redditività di cinque anni fa, occorre mediamente triplicare i volumi e il numero delle operazioni. Anzi, stando alle ultime offerte commerciali occorre quasi quadruplicarle… Per questo dico che il futuro è pressoché deciso. Non potranno che formarsi pochi grandi gruppi dove le logiche di scala consentiranno di rimediare alla marcata discesa del margine di interesse». Se i due maggiori gruppi italiani, Intesa e Unicredit, che assieme valgono circa il 40 per cento del mercato domestico, in tre anni hanno perso margini di interesse con percentuali che variano tra il 10,8 per cento e il 13,2 per cento è chiaro che le altre potranno solo correre rapidamente ai ripari. E se sul fronte dei costi molto è stato fatto in questi anni è sulla rimodulazione del business bancario che verranno misurate le banche del futuro.

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