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Ko l’accertamento alla srl cancellata

L’avviso di accertamento notificato all’ex liquidatore e socio unico di una srl cancellata dal registro imprese prima del dicembre 2014, intestato e rivolto e all’ente societario è inesistente: dopo la cancellazione, infatti, la società si estingue e non può più essere destinataria di atti giuridici; la norma che, invece, posticipa gli effetti estintivi a 5 anni dalla cancellazione, per gli atti dell’Agenzia delle entrate, non è suscettibile di applicazione retroattiva.

Sono le conclusioni che si leggono nella sentenza n. 64/02/17 della Ctp di Bergamo.

L’ex socio unico e liquidatore di una srl unipersonale impugnava l’avviso di accertamento emesso nei confronti dell’ente societario e notificato presso la propria residenza. Il ricorrente palesava come la società fosse stata cancellata dal registro imprese sin dal 2011, con conseguente estinzione dell’ente, a prescindere dalla permanenza di posizioni debitorie imputabili allo stesso.

L’Agenzia delle entrate resisteva in giudizio invocando l’applicazione della norma introdotta con l’articolo 28, comma 4, del dlgs 175/2014, secondo cui «ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese».

La Ctp di Bergamo ha accolto il ricorso osservando, in primis, che l’atto di accertamento risultava indubbiamente «intestato» alla società, seppur notificato all’ex socio unico e liquidatore; da ciò, posto che l’emissione dell’avviso era avvenuta in un momento successivo alla cancellazione dal registro imprese, lo stesso doveva ritenersi inesistente, poiché a seguito dell’estinzione dell’ente, lo stesso non poteva essere più destinatario di una pretesa giuridica.

Inoltre, precisa la commissione, la norma invocata dall’Agenzia delle entrate, circa gli effetti ritardati dell’estinzione nei confronti di tributi e contributi, non opera in maniera retroattiva, risultando applicabile alle sole cancellazioni avvenute dopo la sua entrata in vigore (13 dicembre 2014). L’amministrazione, dunque, avrebbe dovuto procedere personalmente nei confronti dell’ex socio, nei limiti di quanto (eventualmente) da costui riscosso nell’ambito della liquidazione societaria.

Benito Fuoco

[omissis] Così sinteticamente riassunte le rispettive allegazioni delle parti, il Collegio deve dare preliminarmente atto che è pacifico che l’imposta proporzionale teoricamente esigibile in relazione a ciascuno dei due atti di trasferimento consacrati nell’atto a rogito del professionista ricorrente è inferiore all’importo minimo di legge; e che parimenti lo è anche la somma degli importi dovuti per ognuna delle vendite in esame. Se cosi è, la Commissione ritiene che nella fattispecie debba farsi applicazione del principio più volte enunciato dalle Circolari della stessa Agenzia delle entrate e dalle risoluzioni ministeriali circa la tassazione degli ‘atti plurimi’.

In particolare, già con la risoluzione del 3 luglio 2008 si è esplicitamente affermato che nell’ipotesi che siano rinvenibili più disposizioni negoziali in un medesimo contratto, l’imposta di registro è dovuta in misura proporzionale un’unica volta in ogni caso nel quale essa risulti inferiore all’importo minimo di legge sia in relazione a ciascuna disposizione sia con riferimento alla somma degli importi dovuti per ciascun trasferimento.

E invero indubbio che la funzione del corrispettivo minimo è riferibile anche agli atti soggetti all’imposta proporzionale, non dovendosi applicare la somma delle imposte minime in tutte le ipotesi nelle quali per ciascun negozio contenuto nell’atto tassato il calcolo dia luogo a un’imposta al di sotto del minimo e parimenti la somma delle singole imposte proporzionale non superi quella minima.

Opinare diversamente comporterebbe a giudizio del Collegio un’erronea applicazione della disposizione in commento. Infatti, se i contribuenti sono per legge assoggettati all’imposta minima per gli atti cui partecipano anche nell’ipotesi in cui la reale imposta proporzionale che dovrebbe essere applicata è inferiore a quest’ultima, è tuttavia certo che la formalità della registrazione è nel caso degli atti plurimi (come quello in esame) unica, e, pertanto, se la ratio della norma è adeguare a un importo minimo la tassazione dell’atto, ciò non può non valere anche nel caso di negozi la cui somma delle imposte proporzionali non supera quella minima.

Conclusivamente, il Collegio giudica che la pretesa erariale, così come enunciata nell’atto impugnato, debba essere giudicata illegittima, con conseguente annullamento dell’avviso di liquidazione in epigrafe.

Ritiene tuttavia che l’oggettiva novità della questione faccia ritenere sussistenti le ragioni volute dalla legge per disporre tra le parti f integrale compensazione delle spese di lite.

PQM la Commissione, accoglie il ricorso, dichiarando l’illegittimità dell’avviso di liquidazione impugnato. Compensa tra le parti le spese del giudizio.

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