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Da Junker il requiem per la Ue

Il discorso che Jean-Claude Juncker ha tenuto al Parlamento europeo rimarrà drammaticamente esemplare nella storia della disgregazione dell’Unione europea, iniziata con la distruzione economica della Grecia e culminata con la Brexit e l’erezione di fili spinati e muri contro gli immigrati.

Juncker ha dato la plastica dimostrazione dell’inadeguatezza della tecnocrazia mista europea.

Mista perché affonda le radici nelle culture politiche nazionali e nel clientelismo che governa la loro ascesa ai vertici dell’euro-tecnostruttura e, nel contempo, cerca una legittimazione algoritmica neutrale neo-ordoliberirista.

Questo spiega perché Juncker sia l’epifenomeno più evidente del gioco di specchi che questa tecnostruttura mista, continuamente crea.
Mi spiego: cosa vuol dire che la stabilità non è flessibile?

Non vuol dire nulla oppure tutto e il contrario di tutto. È la consolidata tecnica di mediazione di un mondo che purtroppo si sta disgregando: la cultura dei grandi partiti di centro europei.

Ma il centro politico europeo sta franando perché questi non sono più tempi di mediazione.

I migranti non attendono, ma premono sulle frontiere e protestano nei centri delle città, spaventando le classi medie e a basso reddito, i bianchi poveri.

I cosiddetti populismi che Juncker evoca per minacciare i riottosi insofferenti alle politiche di austerità si possono combattere solo eliminando politicamente gli Juncker innumerevoli che hanno conquistato la cuspide eurotecnocratica e che continuano a distruggere le economie e le società europee del Sud e non socialmente omologabili al dominante modello tedesco.

Juncker promette di aumentare gli investimenti straordinari attesi da anni ed è, in questo, encomiabile, ma non si fida più nessuno delle sue promesse.

Un cambiamento delle politiche pubbliche europee è essenziale, ma per implementare questo cambiamento occorre cambiare radicalmente la politica economica europea. E tale radicale cambiamento non è all’orizzonte.

La Bce si è fermata nel suo Quantitative easing e non agisce più sui tassi. Attende in definitiva che la Federal Reserve nordamericana decida quale politica monetaria intende perseguire in futuro.

E questo aumenta le responsabilità dei governi nazionali, della Commissione europea e del Consiglio europeo.

Il Parlamento europeo, invece, continua a essere un’immensa struttura di fatto inutile: non decide nulla. Eppure Juncker parla con clangor di buccine dai suoi scranni.

Un altro gioco di specchi, un’altra ipocrisia non più sostenibile. E così si aprono immense praterie per i cavalieri neri e grigi della politica europea.

Giulio Sapelli

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