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Juncker: per la sicurezza deroghe al Patto

I sanguinosi attacchi terroristici di Parigi hanno improvvisamente assunto un inatteso risvolto di politica economica. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha confermato ieri che l’aumento della spesa in sicurezza da parte della Francia, ed eventualmente di altri Paesi europei, dovrebbe ricevere un trattamento speciale nell’applicazione del Patto di Stabilità e di Crescita. Quanto speciale è ancora tutto da capire.
«Stiamo affrontando minacce terroristiche serie – ha detto Juncker durante una conferenza qui a Bruxelles –. La Francia e altri Paesi hanno bisogno di mezzi supplementari. Credo che questi mezzi supplementari non dovrebbero essere trattati come spesa ordinaria» secondo le regole del Patto di Stabilità. Questi nuovi mezzi, ha poi voluto precisare l’ex premier lussemburghese, devono essere usati «per assicurare la sicurezza dei cittadini», non per fare la guerra.
La presa di posizione conferma quanto affermato martedì dal commissario agli affari monetari Pierre Moscovici. Commentando le parole di Juncker, il premier Matteo Renzi ha spiegato: «Il Patto di Stabilità non si deve applicare alle spese della difesa. Lo avevamo proposto nel settembre 2014, ci fu detto di no. Ma è positivo, giusto, sacrosanto (…) Figurarsi se uno sta attento allo “zero virgola” sulla sicurezza. Quello che vale per la Francia varrà anche per l’Italia».
Un esponente comunitario faceva notare prima della conferenza a cui ha partecipato il presidente Juncker che gli attacchi terroristici a Parigi «hanno scioccato in Commissione». Tra lunedì e martedì, sia il presidente François Hollande che il premier Manuel Valls avevano spiegato che la Francia non intende rispettare gli obiettivi di bilancio. La frase a effetto era stata quella del capo di Stato: «Il patto di sicurezza – aveva detto – ha la meglio sul Patto di Stabilità».
Nel richiedere l’assistenza militare dei suoi partner, e appellandosi all’articolo 42.7 dei Trattati sugli scia degli attentati della settimana scorsa, la Francia ha trasformato gli attacchi terroristici in una questione europea, rendendo nel contempo più facile l’ottenimento di maggiore flessibilità di bilancio. Ha detto lo stesso Juncker del terrorismo islamico: «Mettiamo da parte i problemi che ci sono tra noi per concentrarci su questo problema, che se non viene affrontato porterà l’Europa sull’orlo del baratro».
In privato, esponenti della Commissione fanno notare che il Patto non consente di dedurre dal calcolo del deficit spese specifiche, come quelle per la sicurezza. Spiega però un responsabile europeo: «È possibile adattare l’evoluzione del risanamento». Recenti linee-guida notano che «circostanze speciali» possono giustificare un rallentamento del ritmo di discesa del deficit sotto al 3% del Pil. Sottolineano inoltre che la valutazione dei bilanci deve tenere conto delle «circostanze specifiche paese per paese».
Ai più, l’impressione è che alla Francia verrà concesso di rinviare il calo del disavanzo sotto al 3,0% del prodotto interno lordo, attualmente previsto nel 2017. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem non si è sbilanciato su questa possibilità, ma ha ammesso: «La parola d’ordine è comprensione (…). Ciò non significa che si voglia consentire una deriva dei conti pubblici. Non credo peraltro che sia l’obiettivo, ma capisco che la Francia metta l’accento su questo aspetto».
C’è da chiedersi se la risposta decisa del presidente Hollande dinanzi agli attentati di venerdì – associata alla spesa in sicurezza e all’arma del deficit – non possa diventare, anche agli occhi dei partner europei, lo strumento dell’establishment politico con il quale indebolire il minaccioso Fronte Nazionale in vista delle presidenziali del 2017. Anche per questo motivo vi è spazio per dare al governo francese, e probabilmente ad altri governi, margini di manovra. Quanto e fino a che punto è tutto da valutare.
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