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Juncker: nuovi aiuti ad Atene

di Vittorio Da Rold

Il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, si è detto «piuttosto ottimista» sulla probabilità di un nuovo piano di aiuti alla Grecia ma ha ribadito che la ristrutturazione totale del debito del Paese «non è un'opzione» lasciando aperta però l'ipotesi, cara ai tedeschi, di un coinvolgimento dei privati in una ristrutturazione soft del debito greco. Juncker ha parlato a Parigi al termine di un incontro con il presidente francese, Nicolas Sarkozy.

Intanto da Atene il Governo Papandreou pare a un passo dal completare le trattative con i tecnici Ue, Fmi e Bce, la trojka da cui spera di ottenere il via libera allo stanziamento della quinta tranche da 12 miliardi di euro del programma di finanziamenti ottenuti un anno fa e il disco verde al secondo piano di aiuti da 65 miliardi (di cui la metà provenienti da privatizzazioni greche) sotto la regìa Ue-Fondo.

Secondo il ministro delle Finanze greco, George Papaconstantinou, le discussioni potrebbero concludersi mercoledì, mentre secondo un portavoce del governo tedesco dovrebbero terminare nel fine settimana. Una missione insolitamente lunga, quella degli ispettori che sono arrivati ad Atene il 10 maggio, poi sono andati via sbattendo la porta il 20 maggio per contrasti, per ritornare il 23 dopo che il govermo greco aveva promesso una manovra aggiuntiva di 6 miliardi di euro e di accelerare sulle privatizzazioni per rimettere in carreggiata i conti e portare il deficit 2011 al 7,4%.

Il parere della trojka sarà determinante sia per stabilire se verranno effettivamente versati altri 12 miliardi del piano di aiuti già previsti entro il 29 giugno (il 20 giugno si riunirà l'Eurogruppo), sia per un nuovo piano d'intervento Ue-Fmi.

Questo mentre ieri dalla Bce è partito un nuovo siluro all'ipotesi della ristrutturazione del debito greco, stavolta da Lorenzo Bini Smaghi, l'economista italiano che siede nel Comitato esecutivo.

«Equivarrebbe a una condanna a morte – ha affermato in una intervista al Financial Times – che nella Ue è stata abolita», ingiusta perfino per un Paese che ha violato le regole comunitarie sul bilancio per dieci anni. Ma soprattutto il banchiere centrale avverte che questa strada si rivelerebbe destabilizzante per tutta la Ue, tanto che basta ipotizzarla per evocare il rischio contagio.

Secondo indiscrezioni si profila un accordo che prevede una presenza molto forte delle istituzioni europee e internazionali sulla sovranità economica del Paese: per garantirsi che proceda con le privatizzazioni e l'austerità di bilancio che si chiede ad Atene in cambio di un nuovo piano di aiuti. Per la Grecia, Ue e Fmi hanno già avviato un piano triennale da 110 miliardi di euro. Essendo il Paese impossibilitato a tornare sul mercato dal 2012, come originariamente previsto, secondo l'Ft servirebbero altri 60-70 miliardi di aiuti.

L'accelerazione sulle privatizzazioni (il 16% della società di tlc Ote in primis) e il rafforzamento delle strette di bilancio dovrebbero garantire da soli metà di questi fondi, riducendo a 30-35 miliardi di euro i finanziamenti supplementari. Soprattutto le privatizzazioni dovranno avere un ruolo centrale: secondo Jürgen Stark, membro dell'esecutivo della Bce, un potenziale di dismissioni da ben 300 miliardi di euro, cifra quasi pari al totale del suo debito pubblico (340 miliardi). La questione resta controversa, con resistenze sia da parte delle istituzioni e Paesi prestatori, sia in Grecia dove il Governo socialista del Pasok non ha ancora convinto l'opposizione di centro destra a sostenere i suoi programmi di risanamento.

Ma secondo Bini Smaghi non ci sono alternative. Specialmente è da scartare l'ipotesi di una ristrutturazione del debito greco, sia "soft", ossia un prolungamento delle previste scadenze di pagamento, sia e ancor più in una versione drastica con una perdita di parte del valore nominale dei bond greci. Gli economisti che la ipotizzano sono «come coloro che a metà settembre 2008 sostenevano che i mercati erano preparati a un fallimento di Lehman Brothers», avverte il banchiere centrale (il crack della banca d'investimento americana scatenò il 15 settembre 2008 un aggravarsi della crisi tale da provocare una recessione globale).

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