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JP Morgan si rivale sui manager

In un caso più unico che raro, la JP Morgan ha deciso di farsi restituire il bonus e la liquidazione dai manager responsabili dello scandalo dei derivati esploso lo scorso maggio, uno scandalo che ha gravemente danneggiato la reputazione della banca newyorchese e che finirà per costarle almeno 5 miliardi di dollari di perdite. Frutto della riforma finanziaria Frank-Dodd, questo è il primo grosso caso dallo scoppio della crisi finanziaria in cui un istituto chiede un sacrificio monetario a un dipendente colpevole non solo in caso di frode o di altro reato penale, ma anche nel caso «abbia causato danni materiali alla società o non abbia identificato e valutato appropriatamente il grado di rischio degli investimenti».
Sarà soprattutto Ina Drew, responsabile della ormai notoria divisione Chief Investment Office (Cio), a dover restituire la somma maggiore, 7,5 milioni in azioni ricevute nel 2011 più 14,7 milioni di dollari di liquidazione ricevuta dopo le sue dimissioni forzate. Restituzioni sono attese anche dalla “balena di Londra” Bruno Iksil, artefice di colossali speculazioni su indici di credito aziendale, e dai suoi diretti superiori Achilles Macris e Javier Martin-Artajo.
Non verrà toccato invece il compenso dell’amministratore delegato Jamie Dimon, un dettaglio che ha sollevato critiche a Wall Street anche da parte di Sheila Bair, l’ex responsabile della Federal Deposit Insurance Corporation, l’agenzia federale che assicura i depositi bancari. «Dimon prendeva decisioni o come minimo era al corrente delle decisioni prese dai suoi manager – ha detto ieri la Bair –. Forse non era stato informato come avrebbe dovuto. In ogni caso quando una banca fa una scommessa sbagliata e perde soldi, non credo che il suo ad meriti un bonus». Interpellato sulla questione, Dimon ha sottolineato che spetterà al consiglio di amministrazione decidere l’entità del suo compenso.
Il cda sta intanto completando l’atteso rapporto sulle cause dell’eclatante scandalo di maggio. Un assaggio del suo contenuto arriverà venerdì in occasione della presentazione del bilancio del secondo trimestre, in cui secondo le previsioni la JP Morgan avrebbe contabilizzato in perdita 5 miliardi di dollari generati dalle avventate operazioni del Cio.
Sempre secondo le proiezioni della banca, le perdite future saranno contenute al di sotto di un miliardo di dollari e potrebbero potenzialmente trasformarsi in profitti se le condizioni di mercato dovessero mutare in favore della società.
Toccherà allo stesso Jamie Dimon offrire i primi dettagli su quale tipo di investimenti abbiano causato perdite multimiliardarie proprio all’interno del Chief Investment Office, una piccola divisione incaricata di investire il contante in esubero, ovvero la porzione di depositi non erogati in forma di prestiti.
Nel corso dell’incontro con gli analisti, Dimon potrebbe dare dettagli non solo sugli errori commessi dai traders, ma anche sulla mancanza di sufficienti controlli interni relativamente al grado di rischio delle operazioni speculative.
La sospetta assenza di sufficienti controlli interni è stata al centro dell’inchiesta parlamentare sulla JP Morgan culminata con la testimonianza dello stesso Jamie Dimon lo scorso giugno. Nel frattempo ben otto agenzie governative hanno avviato inchieste sull’eclatante scandalo; la Securities and Exchange Commission in particolare sta accertando se la banca abbia deliberatamente fuorviato gli investitori quando decise lo scorso aprile di non informarli dell’entrata in vigore di un nuovo sistema di gestione delle compravendite.

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