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JP Morgan, l’Fbi apre un’inchiesta

NEW YORK – Le autorità federali americane stringono d’assedio JP Morgan. Il Dipartimento della Giustizia ha aperto una nuova indagine sulle perdite della banca, guidata dagli agenti dell’Fbi di New York. L’inchiesta marcerà in parallelo a quella già avviata dalla Securities and Exchange Commission, ma è potenzialmente più seria: i procuratori del Dipartimento possono decidere di perseguire reati, mentre la Sec si concentra su violazioni e sanzioni amministrative.
L’offensiva per far luce sul grave passo falso di JP Morgan è ancora agli inizi: resta incerta quale sia la pista seguita dall’Fbi, ma è probabile che parta dalle pratiche contabili e dalla trasparenza e tempestività nella comunicazione delle perdite agli investitori. La Sec si sta inizialmente concentrando a sua volta su simili aspetti. Al setaccio verranno passate sia la documentazione finanziaria che prese di posizione dei top manager. Potrebbero essere esaminate, tra l’altro, recenti modifiche nei criteri per calcolare il «Value at risk», misura delle potenziali perdite quotidiane, qualora abbiano mascherato i rischi sui derivati.
La banca, nel clima di accese polemiche, ha fatto ieri quadrato attorno ai vertici capitanati da Jamie Dimon. L’assemblea annuale dell’istituto, svoltasi a Tampa in Florida, ha respinto richieste di separare le cariche di chairman e chief executive, togliendo la presidenza a Dimon. La mozione, presentata dal sindacato prima dei recenti eventi, ha raccolto il 41% dei consensi, non molto di più del 34% ottenuto da una simile proposta nel 2010. L’assemblea, organizzata lontano da New York per evitare proteste contro l’alta finanza, si è svolta in un centro uffici tra forti misure di sicurezza e si è conclusa in soli cinquanta minuti. L’esito ha aiutato il titolo a recuperare in Borsa oltre il 2 per cento.
Dimon ha offerto un nuovo mea culpa e promesse di riforme interne. L’errore nelle scommesse sui derivati «non avrebbe mai dovuto accadere», ha detto, e saranno prese «misure correttive». Ha poi denunciato le disastrose operazioni di hedging come «violazioni dei nostri stessi principi», nonostante nei giorni scorsi siano venuti alla luce ordini dal’alto di effettuare hedge aggressivi. E ha ricordato le svolte già avvenute: l’arrivo di nuovi manager nella divisione delle perdite, il Chief investment office, dove è uscita di scena la responsabile Ina Drew. Dimon ha anche ipotizzato che per i dirigenti coinvolti nella vicenda potrebbero scattare provvedimenti di «clawback», di restituzione di compensi. E ha aggiunto di sperare che le perdite non abbiano un impatto sul dividendo della banca.
Il momento più delicato è arrivato quando la union dei dipendenti pubblici Afscme ha pubblicamente difeso la proposta di separare le cariche di Dimon, affermando che altrimenti il chief executive dovrebbe controllare se stesso. A favore si sono schiarate grandi società di difesa dei diritti degli azionisti quali ISS e Glass Lewsi. Ma la banca ha fatto sapere che il 56enne Dimon è il candidato più qualificato per entrambe le posizioni e ha ottenuto la fiducia. Prima ancora del voto, comunque consultivo, fonti vicine a JP Morgan avevano oltretutto indicato che anche in caso di vittoria della mozione Dimon non si sarebbe tirato indietro da alcun incarico. Sono stati eletti senza ulteriori difficoltà il board, con almeno l’86% dei voti, e approvate le politiche di compensi, con il 91,5 per cento.
Dimon ha dovuto incassare qualche altra stoccata. Un investitore ha attaccato come cattivo esempio di governance il ruolo di Dimon in un board consultivo della Fed di New York, incaricata di supervisione bancaria. Un altro socio ha invitato la banca a ritirare le obiezioni alle riforme finanziarie, con Dimon che ha replicato di essere a favore del 70-80% della legge Dodd-Frank. Ma il dibattito si è fermato a questo. Non, però, le ripercussioni di perdite forse fino a 4 miliardi: le indagini delle autorità sono appena cominciate.

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