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Jp Morgan e Goldman oltre le stime

JP Morgan e Goldman Sachs battono le previsioni di bilancio trimestrale con profitti multimiliardari, dando seguito a solidi risultati già riportati da Citigroup ed evidenziando la tenuta della finanza americana anche in un clima difficile sui mercati, segnati da bassa volatilità e bassi tassi di interesse, e di più severi controlli e sanzioni in risposta agli scandali da parte delle autorità. I grandi istituti sono riusciti a contenere i danni nel trading e a far leva sulle restanti attività, dalla sottoscrizione di titoli ai prestiti aziendali.
La più grande banca statunitense per asset, JP Morgan, ha chiuso il secondo trimestre con profitti per 6 miliardi di dollari, in calo dell’8% rispetto ai 6,5 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso ma, pari a 1,46 dollari per azione, nettamente superiori ad aspettative ferme a 1,29 dollari. Le entrate sono scivolate di un modesto 3% a 24,45 miliardi rispetto ad attese di 23,76. Goldman, la banca d’investimento per eccellenza, ha da parte sua riportato un aumento del 5,5% degli utili a 2,04 miliardi, pari a 4,10 dollari per azione, e un incremento del 6% delle entrate a 9,13 miliardi. Gli analisti avevano pronosticato utili per azione pari a 3,05 dollari e revenue limitate a 7,97 miliardi.
Wall Street, che temeva delusioni dopo gli allarmi lanciati nei mesi scorsi dagli analisti e dalle stesse banche, ha applaudito i conti, spendendo i titoli di JP Morgan in rialzo del 3,5% e quelli di Goldman Sachs ad un guadagno dell’1,5 per cento. In settimana sono in arrivo anche i conti di Bank of America e di Morgan Stanley che potrebbero confermare la tenuta del settore.
Goldman, in particolare, avrebbe potuto soffrire per le pressioni sulle attività legate ai mercati, dalle quali dipende una parte significativa del suo business e della sua redditivtà. E queste attività sono state sotto assedio: le entrate nel trading della divisione Ficc – che comprende reddito fisso, valute e commodities – sono scese del 10% a 2,22 miliardi. Ma un recupero in giugno anzitutto sul fronte del debito ha contenuto le pressioni. E le entrate da investment banking hanno fatto il resto: sono salite del 15% a 1,78 miliardi (con un +47% nella sottoscrizione di azioni), sostenute da una maggior fiducia delle aziende nell’economia. Gli investimenti per conto proprio del gruppo hanno contribuito con un incremento delle revenue del 46% a 2,07 miliardi.
JP Morgan ha visto le entrate da trading sui mercati scivolare del 14% a 4,65 miliardi, meno del 20% stimato dall’istituto in maggio. Nel reddito fisso il declino è stato del 15% e nell’azionario del 10 per cento. Hanno brillato i prestiti alle imprese (+46%) e la gestione patrimoniale. L’istituto ha inoltre sottolineato schiarite in tutti i segmenti di business sul finire del trimestre assieme al continuo sforzo di contenimento delle spese dell’istituto, che per la prima volta da tempo non ha avuto pesanti oneri legati a multe per scandali.
La banca americana ha tuttavia un’altra grande incognita con cui fare i conti e che nulla ha di finanziario: le condizioni di salute del presidente e amministratore delegato Jamie Dimon. Il 58enne chief executive ha reso noto di recente di soffrire di un tumore alla gola. Ieri nella conference call sul bilancio ha indicato che la malattia è curabile e non si è diffusa. «Il board è tenuto continuamente informato sulle mie condizioni» ha detto. «La prossima volta che ne parlerò, forse fra circa otto settimane, spero di poter annunciare che la prognosi è molto positiva». Il cda ha tuttavia lasciato filtrare di avere pronti piani di successione.

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