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Johnson richiude Westminster. «Ultima offerta» a Bruxelles

«Siete pronti per il no deal?», «Sìììì». «Siete pronti?», «Sììì». Boris Johnson sa come aizzare gli istinti della platea del congresso conservatore: ma quello della Brexit senza accordi non è solo un grido di battaglia, sembra ormai essere anche la direzione di marcia. Grazie anche a una nuova sospensione del Parlamento, annunciata a sorpresa ieri sera, dopo che già la Corte suprema gli aveva annullato un primo tentativo.

Sì, è vero, poco dopo la conclusione del suo discorso a Manchester, il premier britannico ha reso pubblica la lettera indirizzata all’Europa con le sue proposte per sbloccare i negoziati: una missiva di quattro pagine, accompagnata da 40 pagine di note legali, intitolata «un onesto e ragionevole compromesso».

Ma davvero di questo si tratta? La lettera verte sulla questione nordirlandese, vera pietra d’inciampo di tutta la trattativa: come è possibile evitare il ritorno a un confine fisico fra l’Ulster e la Repubblica di Dublino, dopo che il Regno Unito avrà lasciato la Ue? La proposta di Londra consiste nel mantenere l’Irlanda del Nord allineata al mercato unico, ma fuori dall’unione doganale: il che vuol dire, inevitabilmente, ripristinare una forma di controllo su un confine oggi del tutto permeabile.

Ma le idee di fondo della proposta britannica erano state già anticipate la sera prima e avevano trovato un’accoglienza a dir poco fredda da parte europea: soprattutto, il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, le a definite «poco incoraggianti». Il capo negoziatore europeo Michel Barnier ha scorto «qualche progresso», ma ha aggiunto che «c’è molto lavoro da fare». Johnson si è dato tempo fino al weekend per attendere una risposta articolata da Bruxelles, ma in caso negativo la sua posizione è chiara: questa è l’ultima offerta, prendere o lasciare. Dopo di che si andrà al no deal, una Brexit senza accordi che molti temono possa rivelarsi catastrofica per tutti.

Nel discorso al congresso, Boris è stato ancora una volta categorico: la Gran Bretagna lascerà la Ue alla data fissata, il 31 ottobre, «a qualunque costo». E la platea si è spellata le mani dagli applausi. Certo, una Brexit ordinata sarebbe nell’interesse di tutti, anche dello stesso Johnson. E a margine dei lavori congressuali i ministri moderati del governo, come quella della Cultura Nicky Morgan, insistono che l’unica strada è quella del compromesso. Ma parlando con i fautori della Brexit pura e dura, che ormai sono al timone, si ha l’impressione che lo scenario preventivato sia un altro.

L’ostacolo maggiore verso il no deal è la legge approvata dal Parlamento che imporrebbe al premier di chiedere un rinvio: e tuttavia «it takes two to tango», a ballare si deve essere in due, spiega l’influente ministro per i rapporti col Parlamento, Jacob Rees-Mogg. Il che vuol dire che Londra è pronta a spingere Bruxelles a rifiutare una proroga. E d’altra parte «quella legge non è a prova di bomba, i nostri legali ci stanno già lavorando», spiega la ministra dell’Ambiente Teresa Villiers.

Ora arriva la nuova sospensione del Parlamento, ufficialmente per lanciare una nuova agenda legislativa in cima alla quale ci sarebbe proprio l’accordo con Bruxelles. Ma sono in pochi a crederci.

Luigi Ippolito

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