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Jobs act, stop ai cocopro

Toni bassi e ripresa dei contatti tra renziani e minoranza in vista della direzione del Pd di lunedì che dovrà votare sul Jobs Act, con una decisione che naturalmente Matteo Renzi immagina vincolante per i gruppi parlamentari. Il nodo da sciogliere è sempre lo stesso: superare del tutto l’articolo 18 per i neoassunti a tempo indeterminato – come vuole il premier – o prevedere il ritorno della reintegra dopo un periodo più o meno lungo (4 o 5 anni) – come chiede la minoranza del Pd assieme alla leader della Cgil Susanna Camusso. Ma sull’articolo 18 non sembrano davvero esserci margini di trattativa, la soluzione proposta dagli antirenziani del Pd sarebbe un pasticcio poco comprensibile. A Pier Luigi Bersani, che con i suoi sostiene che «una sintesi non solo è possibile ma anche abbastanza agevole, basta volerlo», Renzi risponde a distanza che «in questo caso il compromesso non è la strada: questo non è il momento del compromesso ma del coraggio». E ai suoi conferma: «su reintegra o indennizzo scelta secca, o si lascia o si leva, nessuna via di mezzo». Anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ieri ha escluso «soluzioni pasticciate all’italiana», facendo capire che sulla strada del superamento dell’articolo 18 non si torna indietro: «Non ci si può fermare davanti a dei tabù».
Certo, resta il problema tutto politico della minoranza interna, che in Parlamento conta oltre cento teste. Su qualcosa il premier potrebbe ascoltarli. Ad esempio sulla richiesta di semplificare il labirinto di contratti a tempo. In questo caso lo scambio tra maggiore flessibilità in uscita – col superamento dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori nei futuri contratti a tutele crescenti – e riordino delle tipologie contrattuali oggi esistenti potrebbe avere una vittima illustre. È il contratto di collaborazione a progetto. A evocare quest’ipotesi è stato lo stesso relatore della delega lavoro in Senato, Maurizio Sacconi (Ncd), che nel testo letto in aula al Senato mercoledì per aprire la discussione generale sul Jobs Act ha aperto alla possibilità di «riflettere sulla persistente utilità» dei cocopro visto che sta venendo meno «l’iniziale vantaggio della minore contribuzione». Nato negli anni Novanta e cresciuto a dismisura tra le forme di lavoro parasubordianto fino a dopo la nuova regolazione introdotta nel 2003 (dlgs 276), oggi i contratti a progetto viaggiano su medie trimestrali di 150-160mila casi. Nella prospettiva del Jobs Act l’estensione dell’Aspi piena (non solo una tantum come previsto dalla riforma Fornero) anche per questi contratti presuppone un carico contributivo aggiuntivo per i datori, come minimo dell’1,3-1,5% della base retributiva. Inoltre i cocopro si sono rivelati negli anni la principale fonte di contenziosi sulle casuali. Insomma, potrebbe essere superato molto facilmente con l’accordo dell’intera maggioranza, impegnata a trovare la quadra finale sui licenziamenti flessibili. Discorso diverso, invece, per i part-timers e gli intermittenti, forme di flessibilità che potrebbero restare. Sulla base delle indagini di monitoraggio sulla legge 92 e delle comunicazioni obbligatorie registrate del ministero del Lavoro, sono 13 le tipologie contrattuali più utilizzate sulla quarantina di forme previste e tra queste resistono ancora i cocopro.
Ma un’apertura sulla richiesta di disboscare la giungla dei contratti a tempo può bastare alla minoranza del Pd? In una lettera al presidente del partito, Matteo Orfini, bersaniani e cuperliani di Area riformista hanno chiesto che in direzione si discuta anche di Legge di stabilità, e in particolare delle risorse necessarie ad attivare il sussidio universale di disoccupazione e le politiche attive del lavoro come promesso dal premier. La minoranza dem eccepisce che la cifra di cui si parla in questi giorni come stanziamento iniziale per il nuovo welfare (circa 2 miliardi) è troppo bassa. «E poi chiediamo di incontrarci e di istruire insieme i lavori della direzione in modo da arrivare a una soluzione il più possibile unitaria», spiega il giovane bersaniano Alfredo D’Attorre. Insomma, il riconoscimento di un ruolo. E una strada per far uscire la minoranza dal tunnel della resa totale.

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