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Jobs act, spunta la via dell’emendamento per «aggirare» l’articolo 18

Ore decisive per il Jobs act . Il disegno di legge delega sulle nuove regole per il mercato del lavoro è tuttora mancante di un accordo per l’eventuale superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Un passaggio delicato destinato ad alimentare fibrillazioni nella maggioranza di governo. Nelle fila del Pd è prevista una riunione (parteciperanno senatori e deputati oltre al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti) necessaria a fissare una linea comune. Tanto più alla luce dell’accelerazione che Maurizio Sacconi (Ncd), presidente della commissione Lavoro al Senato e relatore del disegno di legge, vorrebbe imprimere alla discussione su quello che resta un totem del mondo del lavoro: l’impossibilità di licenziare senza giusta causa.
Oggi Sacconi conta di confrontarsi con Poletti, e stabilire i margini di un emendamento che contenga nuove regole sui licenziamenti. L’ipotesi su cui Sacconi lavora è rafforzare le norme per rendere certo l’arrivo del contratto a tutele crescenti, una modalità che non prevede la tutela dell’articolo 18 e stabilisce, in caso di licenziamento, indennizzi proporzionali all’anzianità anche dopo i tre anni di prova. Un’idea che il Pd ha sempre rispedito al mittente, preferendo un modello in cui le tutele crescenti vengono introdotte solo durante i tre anni di prova, per poi mantenere invece il diritto al reintegro previsto dall’articolo 18.
La soluzione di mediazione potrebbe essere approvare un emendamento che introduca nella delega la categoria del «contratto a tutele crescenti», lasciando alla fase attuativa la discussione su dove inserirlo: prima o dopo i tre anni.
Il Jobs act è in calendario alla commissione Lavoro al Senato già oggi e chi, come il Nuovo centro destra di Angelino Alfano, spinge per introdurre un grimaldello che scardini le regole dell’articolo 18, ritiene non ci sia tempo da perdere. Per il governo la riforma e l’introduzione di una forte flessibilità in uscita e entrata potrebbero diventare un argomento utile per rivendicare in sede europea più elasticità sui conti pubblici.
Nessuno lo ha esplicitato, perché politicamente scivoloso, ma il tema è sul tappeto e potrebbe parlarne Renzi oggi in Parlamento illustrando il programma dei Millegiorni. Le parole pronunciate ieri da Poletti riflettono il clima generale, «nel momento in cui il Parlamento sta discutendo di questa materia e dovrà prendere delle decisioni la cosa più saggia che posso fare è stare zitto», ha spiegato.
La scelta di presentare un emendamento alla vigilia della discussione in aula ha intanto un duplice effetto. Da un lato si consolida l’impressione che l’esecutivo, al di là delle rassicurazioni, conti di intervenire sull’articolo 18. Cementando, d’altra parte, le varie anime del Pd che lo ritengono intoccabile. La posizione di Vannino Chiti, senatore del Pd assai critico con Matteo Renzi sulle riforme costituzionali, sul Jobs act è netta. «Le riforme, compresa quella del mercato del lavoro, sono indispensabili ma non possono essere ancorate a logiche di riduzione dei diritti dei lavoratori», ha ribadito Chiti, aggiungendo che «non possiamo (il Pd, ndr ) essere subalterni a logiche neoliberiste superate dalla storia a cui continuano a richiamarsi altre forze di maggioranza». Sul fronte sindacale il leader Fiom, Maurizio Landini, è netto: «Renzi commette una follia se lo cancella e se continua il lavoro sporco dei precedenti governi non solo non usciamo dalla crisi, ma si mette contro i lavoratori ».

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