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Jobs act prima vittima dell’ingorgo parlamentare

Il Parlamento autocertifica l’ingorgo dei lavori e delle riforme in bilico e corre ai ripari. Velocissimamente, col Governo a fare pressing contando ancora una volta sul pieno sostegno di Forza Italia. E così i 7.800 emendamenti che rischiano di pesare come un macigno sulla marcia delle riforme istituzionali in un Senato chiamato a cancellare sé stesso, costringono la maggioranza a far cambiare rotta e tempi ai calendari di lavoro di Palazzo Madama. Per salvare se possibile la riforma istituzionale, ma anche per non rischiare di far decadere i decreti in scadenza: soprattutto quelli su Pa e competitività, in qualche modo legati al sogno renziano del “cambiare verso” all’Italia che vuole spendere anche come vetrina a Bruxelles.
Cambia dunque le agende estive e pre-feriali, il Senato. Ma certifica anche le prime vittime del nuovo calendario di qui all’8 agosto, quando in teoria interromperà i lavori per le vacanze estive: il Jobs act 2, il Ddl delega ancora fermo in commissione Lavoro, non è in lista. Slitta, la commissione avrà più tempo, non sarà preso in considerazione in aula fino a settembre. Un pezzo delle “grandi riforme”, e attesissimo, che va in vacanza. Come del resto, a rallentare, saranno altri provvedimenti considerati cruciali dal Governo, a partire dal Ddl delega sulla Pa, che del resto ancora non è neppure sbarcato in Parlamento dopo il (duplice) esame in Consiglio dei ministri. Se ne riparlerà tra settembre e ottobre, quando tra l’altro le Camere saranno alle prese con la madre di tutte le leggi: la legge di stabilità 2015, alias legge Finanziaria.
Ma con un’appendice in più, effetto delle decisioni prese ieri dalla conferenza dei capigruppo del Senato, che il Governo non potrà prendere sottogamba: per incassare i decreti (non la riforma istituzionale, che è di rango costituzionale) dovrà porre la fiducia a ripetizione. Almeno quattro volte: due al Senato e due alla Camera, sul Dl competitività e su quello di riforma della Pa. Tra l’altro, creando l’imbarazzo politico di un esame super rapido per entrambi i decreti nella seconda lettura, su temi non certo secondari, che farà indispettire parecchio le opposizioni: al massimo 8 giorni veri di lavoro su misure così complesse. Non capitava dai tempi di Berlusconi-Tremonti e da quelli di Monti, all’apice della grande crisi.
Il grande ingorgo (delle leggi da fare) è stato certificato in pieno ieri dai capigruppo del Senato che hanno votato a maggioranza: Pd, Ncd e Fi da una parte, le opposizioni sulle barricate. Alla fine la proposta del presidente Pietro Grasso è stata approvata: sulle riforme istituzionali l’aula di Palazzo Madama inizierà a votare a oltranza da lunedì 21 luglio, nella speranza di farcela già nella settimana successiva. Impresa da rispettare, vista la valanga degli emendamenti e considerato che la parola «ghigliottina» non sarebbe stata pronunciata nella conferenza dei capigruppo.
Spianata parzialmente la strada della riforma istituzionale, s’è cercato di scavare lo spazio per i decreti. Il Dl competitività (scade il 23 agosto) arriverà in aula e sarà votato per venerdì: fiducia assicurata, da ripetere poi nel passaggio alla Camera. Da lunedì 28 invece si cercherà di sbloccare definitivamente (scade il 30 luglio) l’art bonus. Mentre il Dl 90 antiburocrazia dovrà nel frattempo cercare di farsi largo alla Camera e precipitare subito a Palazzo Madama, chissà, per fine mese lasciando ai senatori 8 giorni per il sì finale: altri 2 voti di fiducia garantiti. Poi tutti in vacanza. Anche il Jobs act 2.

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